Gonzalo Rubalcaba Pfefferberg

Gonzalo Rubalcaba zählt zu den grossen Virtuosen des aktuellen Jazz. 14 Grammy Nominierungen und die Palme d Or . Ein aussergewöhnlich feines Konzerterlebnis. Erstmalig in Berlin Pfefferberg 8 November 2011

Gonzalo Rubalcaba Trio Pubblicato: January 16, 2012 di Riccardo Crimi “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione” Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Foto Riccardo Crimi

Visit “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione”

Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Articulo di Libero Farnè

Collocare un festival jazz a cavallo della festa di Capodanno era all’origine un’impresa rischiosa, quasi impensabile. Con Umbria Jazz Winter, giunto ad Orvieto alla diciannovesima edizione, la fondazione diretta da Carlo Pagnotta ha vinto brillantemente la scommessa, ottenendo un successo di pubblico e d’immagine sempre crescente negli anni. Questa edizione, che ha puntato soprattutto sui pianisti, sul Latin Jazz e in misura consistente sui protagonisti italiani, ha visto forse un calo d’affluenza di turisti in città, ma non di pubblico ai concerti, che hanno registrato quasi tutti il sold out.
Una delle prerogative del festival è quella di offrire un clima festoso e famigliare, dove addetti ai lavori e musicisti hanno varie occasioni di incontrarsi, scambiandosi informazioni e impressioni. La recensione che segue, grazie anche a questo tipo di confronto, intende riportare sensazioni soggettive, anche se meditate, su alcune delle situazioni più significative. Come ho sempre sostenuto il risultato di ogni concerto dipende per metà da chi suona e per metà da chi ascolta, influenzati entrambi dalle condizioni specifiche del contesto.

Personalmente non sono rimasto né convinto né coinvolto da “Memorie di Adriano,” lo spettacolo che ha aperto il festival al Teatro Mancinelli. Alcune canzoni di Celentano e del suo Clan sono state reinterpretate da Peppe Servillo attorniato, come già in analoghe esperienze del passato, da ottimi jazzisti: Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Mattia Barbieri.
Il mondo del cantautore milanese è stato tradotto nelle movenze e negli umori partenopei di un Totò teatral-nevrotico. Gli arrangiamenti fortemente marcati, dovuti di volta in volta a un membro del gruppo, un apprezzabile brano con la pianista in completa solitudine, un assolo pregevole del contrabbassista e la gradazione jazzistica, talora alta, degli interventi dei due fiati non sono stati sufficienti a trasfigurare le intenzioni iniziali, a riscattare il progetto da una certa pesantezza e pedanteria, da un artificioso preconfezionamento.

Di alta qualità emotiva e artistica è stato invece il concerto del duo Giovanni Guidi – Gianluca Petrella che ha aperto la programmazione al Museo Greco. Il sodalizio, nato circa un anno fa ma con poche esibizioni tuttora all’attivo, si regge su un’evidente sintonia umana. Il mondo espressivo del trombonista ha subito un’evoluzione nel tempo; oggi le sue note lunghe e acute, l’uso del vibrato e il senso melodico riescono a raggiungere un lirismo poetico, perfino una serenità, che la scontrosa e imprevedibile aggressività di un tempo non possedeva. Questi momenti di distensione non escludono ovviamente le tipiche accensioni del trombonista, contrastate ed espressioniste.

Appunto per questo funziona a meraviglia il suo rapporto musicale con Guidi, che questi aspetti opposti, di decantato intimismo e di feroce estroversione, li racchiude e intreccia nella sua personalità, nel suo corpus compositivo e nel suo pianismo, che sa coniugare fasi delicatamente evocative e avvolgenti ed altre di aggrovigliata problematicità. A Orvieto è emerso per esempio un sorprendente “Over the Rainbow,” di struggente delicatezza, intonato con una diteggiatura distillata dal piano e con un fil di voce dal trombone sordinato.

Uno degli appuntamenti che caratterizzano Umbria Jazz Winter è il concerto multimediale che viene ripetuto tutti i pomeriggi alla Sala del Carmine, dedicato quest’anno a A Love Supreme di John Coltrane. Rispetto ad altre edizioni è risultata più debole, meno interattiva la relazione fra le immagini montate in veloce dissolvenza da Massimo Achilli e la musica equilibrata e solida proposta dall’apprezzabile trio di Pietro Tonolo, Marc Abrams e Mauro Beggio.

A seguire, l’esperto Enzo Pietropaoli, che negli anni passati era stato l’artefice musicale del progetto multimediale del Carmine, ha guidato il suo quartetto riproponendo il repertorio del CDYatra. Una musica sinuosa e distesa, di nostalgica malinconia, a tratti dalle delicate e sornione inflessioni popolaresche, ha permesso fra l’altro di apprezzare le notevoli doti di due vincitori del Top Jazz 2011 della rivista Musica Jazz: lo stesso leader, impostosi nella categoria “contrabbassisti,” e il trombettista Fulvio Sigurtà, risultato primo nella categoria “nuovi talenti”. Quest’ultimo ha in effetti palesato un timbro nuovo, in parte derivato dagli attuali maestri norvegesi, ma anche il pianista Julian Mazzariello ha firmato ottimi spunti.

Uno dei temi affrontati quest’anno era l’attualità del Latin Jazz, un genere dall’ormai lunga e sfaccettata vita. Ma si sa i generi sono fatti per essere replicati dai mediocri e trascesi dai maestri, che impongono il proprio esclusivo mondo espressivo, maturato in anni d’esperienza. E Michel Camilo è uno di questi. Certo nella sua musica spiccano molti ingredienti latini, come convivono il blues, lo Swing, il tango…, ma nei suoi accordi possenti, nella ricchezza armonica, nella diteggiatura veloce e sgranata, nell’enfasi e nello slancio romantico delle sue interpretazioni c’è anche un approccio da concertista classico. Per questo Camilo è uno dei pochi pianisti di ambito jazzistico capaci di un contrastato spettro dinamico, che spazia da un esile pianissimo ad un poderoso fortissimo. Tutto questo è stato confermato dai concerti solitari di Orvieto, come d’altra parte è pure emerso il ricorso a schemi ben scanditi e plateali.

Nei due set che si sono susseguiti al Mancinelli la sera del 29 dicembre, si è avuto l’opportunità di un confronto diretto fra Camilo, originario di Santo Domingo, e un altro protagonista dell’attuale Latin Jazz (ma certo l’etichetta gli sta stretta), di nove anni più giovane: Gonzalo Rubalcaba, che però si è esibito in trio.
Le differenze si sono rivelate all’istante evidenti: anche Rubalcaba è dotato di una tecnica raffinatissima, di una diteggiatura veloce e di grande sapienza armonica, ma egli rifiuta il fortissimo per privilegiare un basso volume, il registro medio della tastiera e un andamento pensoso, frammentato da pause. Alla tecnica scelta si connette ovviamente un diverso mondo espressivo e poetico. Quanto il pianismo dell’uno è estroverso, perentorio, esplicito, tanto quello dell’altro è intimista e meditabondo; esso lascia intravedere diversi possibili sviluppi, anche se può risultare un po’ uniforme, poco sorprendente. A confronto del tonitruante Camilo, il pianista cubano si è proposto nella veste del poeta ermetico.
Il misurato contributo dei partner, il contrabbassista Matthew Brewer e il batterista Marcus Gilmore, si è dimostrato del tutto pertinente alle intenzioni del leader. Una nota di costume: tutti i membri del trio indossavano un completo grigio, camicia bianca e cravatta scura; penso non capitasse dai tempi del Modern Jazz Quartet.

Nonostante la diversità di approccio alla tastiera, il duo fra Michel Camilo e il nostro Danilo Rea ha funzionato. Certo è stato il primo a imporre una prova muscolare e dalle forti tinte, ma il secondo ha saputo adeguarsi, rinunciando in parte a quella vena confidenziale, persuasiva e citazionista che tanto gli sta a cuore. “Maiden Voyage,” “Besame mucho,” “Blue Monk,” “‘O sole mio,” “Watermellon Man,” “Don’t Stop the Carnival” e altri brani classici hanno fornito il materiale comune su cui misurarsi. Non sono mancati sviluppi un po’ prolissi, ma nel complesso il reattivo interplay dei due ha dato un esito accattivante, per dinamismo, pienezza melodica, sorprese eccentriche.

Oltre che in duo con Camilo, Danilo Rea ha sostenuto altri due concerti: in duo con Flavio Boltro, nella ripresa dei brani del CD Opera (duo e repertorio recentemente recensiti dal festival di Barcellona) e in trio con Ares Tavolazzi e Ellade Bandini, affrontando alcuni temi dei Beatles. Dopo un’introduzione dalla Cavalleria rusticana di Mascagni, un approccio non scontato alle canzoni del quartetto inglese, quasi ricercato al momento, ha dato sviluppi imprevedibili, con insistenze e qualche spigolosità, momenti di discontinuità e citazioni spiazzanti. In definitiva ne è risultata una interpretazione insolita, prudente, quasi di distaccata ritrosia, meno leggiadra, fluida e intrigante di quanto ci si poteva forse aspettare dal pianista romano.

Un’altra autentica sfumatura latina, più precisamente una Spanish Tinge, è stata aggiunta al festival dal pianista di Cadice Chano Dominguez, ascoltato anche a Time in Jazz lo scorso agosto, ma con un diverso repertorio. Il suo anomalo quintetto (una sezione ritmica più un cantante ed un ballerino di flamenco) ha reinterpretato i brani davisiani di Kind of Blue, elevandone alla seconda potenza il carattere spagnolo.
Dominguez si è confermato pianista di lunga esperienza, che tende a incrociare il jazz con la sua cultura d’origine, sia colta che popolare, capace di elucubrazioni compassate e di progressioni nervose. Particolarmente coinvolgenti ed applauditi sono stati gli interventi di danza da parte di Daniel Navarro.

Su altri due pianisti presenti a Umbria Jazz Winter, accomunati dall’età avanzata, vale la pena di soffermarsi: Renato Sellani e Stan Tracey. Occasione rara quella di ascoltare in Italia il pianista londinese (ottantacinque anni compiuti al festival), che rappresenta un pezzo di storia non solo per motivi anagrafici, ma anche perché il suo pianismo di classe stagionata racchiude in sé molto del nostro passato jazzistico, costituendo tutto sommato un’anomalia nel panorama attuale.
Se nelle sue collaborazioni con i colleghi britannici degli anni Sessanta e Settanta tendevamo a cogliere la componente innovativa ed europea, nelle apparizioni di oggi emerge in modo straordinario l’influenza di Monk. Nei concerti orvietani, in cui Tracey era sostenuto dal figlio Clark alla batteria e dal contrabbassista Andrew Cleyndert, entrambi efficaci, tutto nel suo pianismo (il tocco, il periodare, le spaziature, gli accordi, l’alternanza fra una ricerca obliqua e frasi giocose e stralunate) ha configurato una personale attualizzazione, solida e fresca, convinta e convincente, dell’insegnamento del grande Monk. Ciò è risultato particolarmente evidente nel concerto pomeridiano interamente dedicato al repertorio monkiano.

Se Tracey ha rappresentato una novità assoluta, Sellani (ottantasei anni l’8 gennaio) impersona una presenza costante e gradita, quasi emblematica, del festival umbro. Nei quattro concerti alla Sala Expo del Palazzo del Popolo il pianista ha interpretato repertori sempre diversi con quella sensibilità melodica, quel gusto per gli abbellimenti e le variazioni, quel tocco di ironia scanzonata, quell’intreccio fra detto e non detto che gli sono propri. Semmai rispetto a qualche anno fa si può forse rilevare una diteggiatura più decisa, un atteggiamento più positivo e diretto, meno divagante.
Al suo fianco i fedelissimi Massimo Moriconi e Massimo Manzi, due strumentisti di grande esperienza, oggi un po’ dimenticati dagli addetti ai lavori forse perché identificati con un ambito jazzistico canonico. Eppure l’equilibrio del loro fraseggio e del loro sound sarebbe decisamente da rivalutare.

Nel pomeriggio in cui si è omaggiato Monk, al trio di Stan Tracey ha fatto seguito la Lydian Sound Orchestra, che ha riproposto la scaletta del famoso concerto dell’ampia formazione di Monk alla Town Hall. L’organico diretto da Riccardo Brazzale e comprendente ottimi solisti ha raggiunto negli ultimi anni una completa maturità. Al suo interno vigono compattezza e rilassatezza insieme, la giusta enfasi e il dovuto rigore; la grande professionalità e l’affiatamento fanno sì che la routine sia scongiurata. A Orvieto la loro interpretazione di Monk è stata viva, attuale, a tratti trascinante. Tutti gli strumentisti hanno usufruito di mirati interventi solistici: fra tutti citerei quelli sorprendenti per struttura e sound del trombettista Kyle Gregory e quelli essenziali, non pedissequamente monkiani, del pianista Paolo Birro.

Un poker di concerti, con formazioni sempre diverse, era riservato quest’anno a Paolo Fresu. In uno di questi, che però non ho potuto ascoltare, il trombettista sardo era ospite appunto della Lydian Sound Orchestra. In un altro, “Scores!,” ha invece riproposto la collaborazione con il Quartetto d’archi Alborada. Dall’iniziale “Miserere,” tratto dalla tradizione sarda, fino all’interpretazione di “Fratres” di Arvo Pärt, il concerto ha avuto un andamento unitario, un carattere meditativo incentrato su un insistito misticismo, sia religioso che laico. Nel finale questa impostazione non è stata del tutto disattesa, ma ha assunto le movenze più briose e mosse di “Memory” e “Cowboys and Indians,” scritti entrambi da Uri Caine.
Diversa e notevole l’apparizione del quintetto ormai definito “storico” (oltre al leader, Tino Tracanna, Roberto Cipelli Ettore Fioravanti e in questa occasione Enzo Pietropaoli, in sostituzione dell’indisponibile Attilio Zanchi). Una formazione che non si dovrebbe mai dare per scontata, perché la sua esperienza quasi trentennale, lo sterminato corpus di brani in repertorio e soprattutto la caratura dei suoi membri e l’affiatamento che li lega consentono che ogni set faccia storia a sé, evitando di arenarsi nella ripetitività. A Orvieto è risultato palpabile il rilassato interplay che regna nel gruppo; fra gli interventi solistici hanno svettato quelli di Tracanna, mentre Pietropaoli si è mostrato all’altezza della situazione, inserendosi con intelligenza e leggerezza.

“Crittograph,” l’ultimo e più singolare dei quattro concerti sostenuti da Fresu, ha visto riuniti insieme il Quintetto storico e il Quartetto Alborada. I brani in repertorio (una rivisitazione pucciniana a fianco di temi scritti dai membri del quintetto) si avvalevano degli arrangiamenti di Giulio Libano, oggi ottantottenne, uno degli artefici della canzone d’autore degli anni Sessanta. Tutto sommato il progetto può essere rubricato fra gli esperimenti di “jazz with strings,” che pare stessero tanto a cuore anche a Charlie Parker. Ecco allora le parti totalmente scritte per gli archi, chiamati a saldarsi soprattutto con piano, contrabbasso e batteria, usati in modo molto soft, oppure a costituire un sottofondo morbido e avvolgente per gli assoli del leader.
Il connubio fra le due componenti ha avuto modo di svilupparsi prevalentemente sui tempi lenti e le atmosfere calde delle ballad. Tanto è vero che il quartetto d’archi non è stato chiamato in causa in un brano mosso come “Lucania,” di Zanchi, in cui è previsto un serrato scambio di battute fra flicorno e soprano, ed anche nel boppistico “Crittograph,” brano scritto da Fioravanti e scelto paradossalmente per dare il titolo al progetto. Particolarmente riuscita si è rivelata la versione del canto sardo “No potho reposare,” per il tema suadente, per l’arrangiamento leggero e danzante; in questo caso si è avvertita una salda compenetrazione fra i due gruppi che compongono il nonetto.

Oltre a “Crittograph,” la serata conclusiva del festival ha presentato “Il bidone,” omaggio a Nino Rota da parte del settetto di Gianluca Petrella. È stata questa la terza volta che ho assistito alle performance di questo gruppo, ricevendone impressioni sempre diverse, a dimostrazione del fatto che nel jazz, come sostenevo all’inizio, le sensazioni dipendono dalle singole esibizioni e situazioni. A Novara Jazz nel giugno scorso ebbi la rivelazione sorprendente di un progetto di grande originalità ed urgenza creativa. A Ravenna Jazz, in ottobre, il concerto mi sembrò fiacco e demotivato. A Orvieto è emersa la professionalità di uno spettacolo organizzato con efficienza, capace di amministrare le stratificazioni e gli spessori delle tematiche e degli sviluppi, che hanno incastonato i funzionali interventi di tutti i membri del gruppo. Professionalità e grande impatto dunque, non il geniale fermento che avevo colto all’esordio di questo progetto.
Foto di Riccardo Crimi.

 

 

 

 

 

 

 

Gonzalo Rubalcaba- “The Making of XXI Century” Available April 2012

Gonzalo Rubalcaba, Saturday, June 9, 2012 8:00pm at Herbst Theatre

Gonzalo Rubalcaba, solo

Few jazz pianists are better equipped to deliver a breathtaking solo recital than Havana-born Gonzalo Rubalcaba. The conservatory-trained master has integrated huge swaths of the European classical and jazz traditions, while maintaining bone-deep ties to the rhythmic currents of Cuba. Rubalcaba quickly gained fame on the American scene in the early ‘90s through the efforts of famed bassist Charlie Haden, who was blown away by the young virtuoso. At first Rubalcaba distinguished himself with his bravura technique and hair-raising rhythmic prowess, but over the past decade he’s rigorously honed his approach, delivering dazzling passages that seem to careen through the entire history of Cuban music. Creatively, everything the pianist touches turns to gold. He’s earned 15 Grammy nominations and won two Grammy Awards for his ravishing collaborations with Haden on Verve, Nocturne and Land of the Sun, and two Latin Grammy Awards for Solo and Supernova (both on Blue Note). Solo piano is the ideal setting for the maestro’s exquisite touch, which you can hear on his sublime new album, Fé (Faith), as well as this much-anticipated SFJAZZ date.

 

Cuba: Energía desbordante marca el festival Jazz Plaza 16 de diciembre de 2011 • 12:54 ANDREA RODRIGUEZ

ANDREA RODRIGUEZ

A todo volumen, con energía desbordante y verdadero sabor latino el Jazz Plaza, el mayor festival internacional del género en Cuba, abrió sus puertas con invitados de lujo: el estadounidense Arturo O’Farril y el cubano-americano Gonzalo Rubalcaba.

 

La 27ma edición del encuentro contará también con presentaciones del saxofonista y compositor Neil Leonard, el guitarrista Kash Killion y el baterista Will Calhoun, mientras que se sumarán los locales Ernán López-Nussa y Aldo López Gavilán.

“Este es un lugar de importancia musical sin palabras, no hay palabras con las que lo pueda explicar. Las raíces de lo que se llama Jazz están aquí y lo que yo hago es simplemente continuar un trabajo que empezó mi papá y la gente de Cuba, es un regalo que nos dio al mundo y a la música”, dijo a The Associated Press, O’Farril.

El multifacético artista ganador del Grammy es hijo de “Chico” O’Farril, nacido en La Habana en 1921 y quien consolidó una carrera de décadas por todo el mundo dándole forma a lo que luego se llamó el Afro-Cuban Jazz.

“Es un honor, es un tremendo honor… estoy orgulloso”, agregó O’Farril sobre su participación en el festival pocos minutos antes de subir al escenario del Teatro Mella, donde sentado al piano se ganó aplausos y vítores de los asistentes.

Músicos provenientes de México, Polonia, Japón, Inglaterra e India se sumarán al encuentro que concluye el 18 de diciembre y contará con coloquios, charlas magistrales, proyecciones de películas y conciertos.

Durante la gala inaugural Rubalcaba, pianista residente en Estados Unidos, dijo estar “muy contento” de visitar la isla, donde nació en 1963.

Además de los músicos de primera categoría, la edición presente se destaca por la asistencia de centenares de estadounidenses aficionados al jazz. Por primera vez en casi una década se les permitió viajar legalmente al festival como público aficionado al género musical, gracias a las gestiones de la revista Jazz Times y la agencia de turismo Insight Cuba, ambas estadounidenses, informó esta semana la operadora de giras local Paradiso, encargada de gestionar visitas culturales en la nación caribeña.

El Gobierno del presidente Barack Obama anunció a comienzos de año una flexibilización de las normas sobre viajes a Cuba desde Estados Unidos restringidos por la ley del embargo que se aplica a la isla desde 1962 y según el cual los norteamericanos tienen prohibido venir a la isla.

 

Las Fotos de Eduardo Leyva Benítez

Gonzalo Rubalcaba. ‘XXI Century’ Jesús Vega Especial/El Nuevo Herald

Jesús Vega Especial/El Nuevo Herald
Read more here: http://www.elnuevoherald.com

Gonzalo Rubalcaba abre el 2012 con el segundo registro de su firma 5Passion. En XXI Century nos dedica un amplio repertorio que abarca desde el mítico Bill Evans, Paul Bley y Lenny Tristano, hasta piezas propias. Lo acompaña un grupo que es complemento perfecto: Marcus Gilmore (percusión), Matt Brewer (bajo), Leonel Leouke (guitarra), Pedro Martínez (percusión y voz) y el virtuoso Ignacio Berroa (percusión). Aunque es tan reciente que sólo se puede adquirir en formato MP3 en tiendas de Internet, ya demuestra una vez más que, como dijera The Boston Globe, es un “Bud Powell para el siglo XXI”.•  ‘Gonzalo Rubalcaba. XXI Century’. 5Passion. En formato MP3.

Read more here: http://www.elnuevoherald.com/2011/12/25/1089572/gonzalo-rubalcaba-xxi-century.html#storylink=cpy

Umbria Jazz Winter Festival Returns to Orvieto, Italy

 

Italy will host the Umbria Jazz Winter Festival from Wednesday, 28 Dec. 2011 through Sunday, 1 Jan. 2012 – The 19th concert series and celebration features a number of musicians and musical groups in live performances.

Read more: http://www.digitaljournal.com/pr/532315#ixzz1hkky9UfA

LONDON, ENGLAND, December 23, 2011 /24-7PressRelease/ — Most of the concerts will be held at the Arena Santa Giuliana on either the main stage or restaurant stage. Other venues include the Teatro Pavone and the Giardini Carducci Conad Stage and restaurant. This year’s theme emphasizes the Latin sounds of jazz, delivered by international and Italian jazz and gospel soloists and groups. Among the many featured performers this year are Stan Tracy, Michel Camilo, the Gonzalo Rubalcaba Trio, Chano Dominguez, Fabrizio Bosso, The Harlem Jubilee Singers and la Lydian Sound Orchestra.Travel to the Umbria Jazz Winter Festival from nearly any part of Europe is straightforward, and many visitors come through Rome and London. Those going to the festival have a choice in transportation, including plane, train and car. Several airlines serve the many London airports with direct and indirect flights from London to Rome and Orvieto. Those without layovers take about two hours from departure to arrival. Travel time is as long as seven hours with layovers included. Rome is about 60 miles from Orvieto; shuttle bus, train travel and car hire are the best modes of transportation to the smaller city.Train travel takes about five to six hours from London to Rome, not including layover time in Paris. The trains from Roma Tiburtina and Roma Termini in Rome to Orvieto take up to an hour and 15 minutes, depending on the day and time of travel, point of origin and type of train. Visitors can walk or ride a shuttle bus from the train station in Orvieto to the concert venues or their hotel accommodations.Ticket prices for each musical performance vary, ranging from 10 to 180 euros. Some events are concerts only, while others include a wine tasting, a jazz dinner or additional snacks at the venue. For more information about tickets, travel and accommodations, visit the Umbria Jazz website at http://www.umbriajazz.com.

Read more: http://www.digitaljournal.com/pr/532315#ixzz1hklCb7GZ

Gonzalito Rubalcaba: A World Class Musician By Rafael Lam

Havana (Prensa Latina) The 27th International Jazz Plaza Festival gained extra prominence with the visit of Gonzalo Julio Gonzalez Fonseca, a.k.a Gonzalito Rubalcaba, an authentic Cuban “piano man.” 

After 10 years without any presentation for Cuban audiences, Gonzalito Rubalcaba´s presence was highly anticipated by jazz lovers. A man born in the middle of the boom of The Beatles, on May 27, 1963 in Havana, Gonzalito is the heir of a dynasty of musicians.

His father, Guillermo Gonzalez Camejo (Rubalcaba), is the piano player with Charanga Rubalcaba; his grandfather, Jacobo Gonzalez Rubalcaba, was a band director, a classic Cuban danzon player, who wrote that beautiful piece called “El Cadete Constitucional” (The Constitutional Cadet).

In his performances, Gonzalito Rubalcaba presents a synthesis of his studies in Cuba, his experimentations, his natural talent and the projects with many of the most famous piano players in modern jazz today.

Along with his perfect piano training, he shows a very solid maturity. He performs sounds that are not too usual in the world of jazz piano playing. He knows how to play with all possibilities offered by harmonic ideas, the colors, the dynamics, the real “touch of grace” that Europeans talk about.

Simple and responsible by nature, a man of few words, he does not like to waste time, and when something is not synchronized, he gets very anxious. His life is concentrated in studying and playing the piano, in the creation of music.

In 1984, he was catapulted by US trumpeter Dizzy Gillespie and bassist Charlie Haden to the world of jazz stars. Gillespie said at that time that he had not met such an accomplished musician for a long time. He is the best piano player I have heard for many years. Now, right now, he is the best piano player in the 90s”. And Charlie Haden considered him the great unexpected appearance in the jazz universe.

In 1996, Gonzalito started living in the Dominican Republic, in order to reach a wider market. He lived in the Dominican Republic for 10 years, then moved to Orlando, Florida, USA.

“I found myself in another world, another language, I faced a a different dynamics, I learned to work with the balance of sounds, the metric motor, diction, harmony, with the other musicians I worked with. I became involved in musical composition, forms and structure.

“I began a period of reflection, of change, of musical enrichment. I was in constant search; I play the traditional stuff, but with a different angle. My record Supernova is an exploratory work, a summary of my work.

“In my early years, I inclined more towards rhythm. Every young man wants to show his virtuosity, his complexity. Now, I am immersed in an evolution towards the melodic. I want to connect the melody with the jazz phrasing and the Cuban vocabulary. I am entering the area of the poetic.”

Now he likes to work in the development of harmony with his left hand in some rhythmic patterns, and the result of all this has been the recording of 14 CD�s, 15 Grammy nominations, and 5 Grammy Awards.

Several of his records are collaborations with Herbie Hancock, Chick Corea, Al Dimeola, and others.

Now he is working toward the integral use of the instrument, quality sound, handling of the dynamics and the work with the rest of the musicians in his band.

He has played at different places such as the North Sea Festival in Holland, Ronnie Scottâ�Ös Club in London, Paradise Club in Amsterdam, Holland; Festival Pinks Amberes in Copenhagen, Denmark; Montreaux, Switzerland; Fuji Mount Festival, Japan and Lincoln Center, New York, to jmention just a few.

He has shared the stage with great jazz musicians such as Gato Barbieri, Michel Camilo, Astrid Gilberto, Al Dimeola, Ray Barreto, Tania Maria, Irakere, John Pattitucci, Tete Monteliu, Charlie Haden, Dizzy Gillespie, Ron Carter and others.

He has worked for a series of recording companies, including Bluie Note, EMI, Toshiba, GKM.

He was chosen the Artist of the Year in Japan in 1993 (for a second time in Japan) and the magazine Jazz Time (USA) classified him as Best Jazz Piano Performer.

In 1999, his CD “Inner Voyage” obtained the French Art Academy Awards, and he was nominated for Best Latin Jazz Album in 2002 with his CD “Supernova”.

Gonzalito has played with Cuban musicians belonging to other Cuban groups. Sintesis, Orquesta Aragon, Sonido Contemporaneo, Van Van, and singers such as Pablo MIlanes, Beatriz Marquez, Soledad Delgado (deceased) and Ela Calvo have been accompanied by his undeniable talent at the piano.

Asked about the Cuban music school, he said it is quite ortodox, but it is one of the best in the world.

“My country, Cuba has made a great effort for education in general, and particularly, in the solid studies of academic musicians,” he stated. Gonzalito Rubalcaba studies eight hours a day. He gets up at 8:00 a.m., has a good breakfast, which he says he enjoys more than the evening meal. Then he connects with music and studies from 9:00 to a little after noon.

In the afternoons, he writes music, he reads, listens to music. At six, he jogs and practices some sport. “That helps me to clear my mind and help me decide what direction to take,” he says. “I believe in discipline; the muse does exist, but the work has to be done. You have to put the mind to work, have responsibility, love, energy. It is a life that is a little isolated, but I enjoy it”.

He presently performs about 200 concerts a year, but with three children, he now wants to find more time to dedicate to his family.

ir/as/tac/ag/rfl

Modificado el ( domingo, 25 de diciembre de 2011 )

 

Gonzalo Rubalcaba presentará su nuevo álbum “Siglo XXI” en La Habana 16 DICIEMBRE 2011

El jazzista cubano Gonzalo Rubalcaba ofrecerá mañana un concierto en La Habana con música de Siglo XXI, su más reciente álbum, grabado el verano anterior, que saldrá al mercado a fines de este mes.

Invitado al habanero Festival Jazz Plaza, el pianista y compositor anunció en una conferencia magistral que esta compilación doble -ya disponible en formato digital- constituye un tributo a todas las vertientes de la música de centurias anteriores, precursoras de las tendencias y estilos contemporáneos.

El fonograma, integrado por ocho piezas -tres del propio Rubalcaba-, presenta influencias de los ritmos afrocubanos, pero también sonoridades de muchas otras partes del mundo, incluido el rock y, por supuesto, el jazz norteamericano, advirtió el músico.

Esta vez, el virtuoso instrumentista lidera un quinteto formado por los estadounidenses Marcus Gillmore (batería) y Matt Brewer (bajo) -quienes hicieron trío con el caribeño en su anterior producción, Avatar-, así como su compatriota Pedrito Martínez (percusión) y el músico africano Lionel Leouke (guitarra).

Rubalcaba dijo además que el resultado de su trabajo junto a jazzistas jóvenes de Estados Unidos (enAvatar y ahora en Siglo XXI) refleja la apertura a múltiples influencias y el cosmopolitismo de las nuevas generaciones de músicos norteamericanos.

Asimismo abogó por la colaboración entre artista de diversos países y entre los propios músicos cubanos, asentados en la isla o no, en pos del enriquecimiento y la universalidad de las obras musicales.

Nacido en una familia de enorme tradición musical en Cuba, el creador de los álbumes Mi gran pasión(1987) y Nocturne (junto a Charlie Haden en 2001) reconoció que le interesa mucho la visión composicional de otros autores pues la función de intérprete pone a prueba la capacidad de indagar y comprender la obra de los demás.

El contacto de pequeño con figuras señeras del ámbito sonoro de la isla como Frank Emilio, Ñico Rojas, Rafael Lay, Tata Güines y Horacio Hernández y el posterior roce con luminarias del jazz de la talla de Dizzy Gillespie, Herbie Hanckock, Richard Galliano, fueron enormes oportunidades para crecer artísticamente, aseguró.

Recalcó, sin embargo, la necesidad de disciplina para emprender y sostener la labor creativa, con el objetivo de potenciar ese “pasaporte inicial” que es el talento.

“Eso es amor, porque el trabajo debe concebirse como un goce”, afirmó Rubalcaba

Sobre el escenario -opinó- es dónde más tarde se comprueba la capacidad de expresión y convencimiento del intérprete: la virtud para despertar en la audiencia nuevas historias, a partir de sus propias fantasías e ilusiones.

El pianista contó sobre su iniciación infantil como baterista y agradeció a su madre y a sus profesores de piano por inculcarle el amor al instrumento que lo haría mundialmente conocido.

Recordó además su tendencia a traspasar las barreras genéricas preestablecidas por la academia y su interés desde muy joven por la rítmica y la armonía populares, muy presentes en su casa, una verdadera “escuela paralela”, apuntó.

Uno tiene que surgir desde la memoria cultural y musical propia, recalcó. Acerca de cuánto hay de cubano en su obra actual, el músico contestó: “soy el cubano que soy” y eso está, más o menos evidente, en mi obra.

Rubalcaba (1963) es uno de los jazzistas más reconocidos en escenarios universales, acumula más de una veintena de compilaciones fonográficas, entre las que destacan Supernova y Solo, laureados con sendos premios Grammy Latinos en los años 2002 y 2006.

(Con información de Prensa Latina)

 

 

 

Return top

INFORMATION

Welcome to the official blog of Gonzalo Rubalcaba, exclusive 5Passion Artist!