Al Di Meola and Gonzalo Rubalcaba at Marciac photo by Fredric THALY
- April 21st, 2012
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Archive for the ‘Live Performances Photos’ Category
By Richard Scheinin
Composer Richard Festinger is a professor at San Francisco State University, where he directs the Morrison Artists Series, presenting top chamber music groups to the public — for free. (For details go to http://morrison.sfsu.edu, and click on “Morrison Artists Series.”) The founding director of Earplay, the contemporary music ensemble, Festinger, 64, had an early career as a folk and jazz musician. As a guitarist, he even performed at Woodstock with Joan Baez.
Q We’re in the midst of a down economy, and you’re running this terrific chamber music series that doesn’t cost people a dime. You’ve presented Eighth Blackbird; Chanticleer; the Eroica Trio; the Kronos, Alexander and St. Lawrence string quartets; and so many others. What a deal.
A One of the founding ideas of the Morrison Artists Series was that concerts of great chamber music should not be a privilege of the few…. In today’s economy, many of us have to think carefully about expensive ticket prices, and our concerts offer an extraordinary solution to that problem. But the quality of the artists and repertoire we present should be an enticement in any economic climate.
Q What’s your audience like?
A Pretty varied. There are people in the neighborhood of San Francisco State who are long-time audience members. And many members of the university community — students, faculty and staff — come to the concerts. Then there is the general chamber music audience, as well as people who are interested in particular kinds of ensembles or particular instruments or performers. We are making a strong effort to develop as large and diverse an audience as we can by just trying to get the word out about the great programs we are offering.
Q What music did you listen to growing up?
A My mother was a piano teacher, and my first teacher. When I wasn’t at the piano myself, I often sat on the stairs listening to her teaching, taking in the strains of Bach, Mozart, Beethoven, Chopin. My mother was a remarkable woman, insatiably curious about music. It was she who first introduced me to modern music. I remember one birthday her gift to me was the scores to Stravinsky’s “Firebird,” “Petroushka” and “The Rite of Spring.” She never stopped exploring, and that certainly rubbed off on me.
Q You studied jazz at the Berklee College of Music. What was it like having Gary Burton as a teacher?
A During my student years I had opportunities to study and work with a lot of great people. Gary Burton was one, and was a remarkable teacher for the incredible variety of approaches and ways of thinking about improvisation that he brought to the table. He had an exceptionally open ear and mind, and found ideas and inspiration in all kinds of music. Another major influence was my composition teacher at UC Berkeley, Andrew Imbrie, one of the master composers of his generation.
Q Do you still listen to jazz? Who are some of your favorites?
A I will always love jazz. My current favorite is pianist Gonzalo Rubalcaba.
Q What was your route from jazz to classical composition? You’ve collaborated with so many interesting folks: Speculum Musicae, the novelist Denis Johnson and others.
A Composing is the path that really stuck for me once I discovered it — I’ve been an active composer for over 35 years now. The move to composing was partly driven at first by a desire to understand the music of composers like Igor Stravinsky, Béla Bartok, Aaron Copland and Elliott Carter — music that my background in folk music and jazz hadn’t quite prepared me for. But also, as a composer I could make each new piece complete in every detail. Each piece became a kind of mirror, or reflection, of what I could accomplish through the powers of my own imagination.
Q OK, the big one: How did you wind up playing guitar at Woodstock with Joan Baez?
A People often ask me about my experiences playing at Woodstock and other locales with Joan Baez. It was an exciting opportunity for a young man intent on pursuing a life in music. Joan was and is a wonderful and naturally talented musician, as well as a person with a highly developed sense of social and ethical consciousness. It was a real honor to work with her. Woodstock itself was almost too big to comprehend, an incredibly exciting cultural event to have been a part of.
Q Do you get asked about Woodstock too much?
A Yes.
Q Who have you never presented in the Morrison series? Who do you dream of someday presenting?
A It’s about the closest thing I can think of to being like a little kid in a candy store. There are so incredibly many extraordinary chamber ensembles in the world; with only six concerts per season, there are some truly great ones I will probably never have time to present. And I’m always looking out for ensembles that are new, or new to me, and especially for artists who are clearly excited by the most modern repertoire as well as by the outstanding musical works of past eras.
Foto Riccardo Crimi
Visit “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione”
Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011
Articulo di Libero Farnè
Collocare un festival jazz a cavallo della festa di Capodanno era all’origine un’impresa rischiosa, quasi impensabile. Con Umbria Jazz Winter, giunto ad Orvieto alla diciannovesima edizione, la fondazione diretta da Carlo Pagnotta ha vinto brillantemente la scommessa, ottenendo un successo di pubblico e d’immagine sempre crescente negli anni. Questa edizione, che ha puntato soprattutto sui pianisti, sul Latin Jazz e in misura consistente sui protagonisti italiani, ha visto forse un calo d’affluenza di turisti in città, ma non di pubblico ai concerti, che hanno registrato quasi tutti il sold out.
Una delle prerogative del festival è quella di offrire un clima festoso e famigliare, dove addetti ai lavori e musicisti hanno varie occasioni di incontrarsi, scambiandosi informazioni e impressioni. La recensione che segue, grazie anche a questo tipo di confronto, intende riportare sensazioni soggettive, anche se meditate, su alcune delle situazioni più significative. Come ho sempre sostenuto il risultato di ogni concerto dipende per metà da chi suona e per metà da chi ascolta, influenzati entrambi dalle condizioni specifiche del contesto.
Personalmente non sono rimasto né convinto né coinvolto da “Memorie di Adriano,” lo spettacolo che ha aperto il festival al Teatro Mancinelli. Alcune canzoni di Celentano e del suo Clan sono state reinterpretate da Peppe Servillo attorniato, come già in analoghe esperienze del passato, da ottimi jazzisti: Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Mattia Barbieri.
Il mondo del cantautore milanese è stato tradotto nelle movenze e negli umori partenopei di un Totò teatral-nevrotico. Gli arrangiamenti fortemente marcati, dovuti di volta in volta a un membro del gruppo, un apprezzabile brano con la pianista in completa solitudine, un assolo pregevole del contrabbassista e la gradazione jazzistica, talora alta, degli interventi dei due fiati non sono stati sufficienti a trasfigurare le intenzioni iniziali, a riscattare il progetto da una certa pesantezza e pedanteria, da un artificioso preconfezionamento.
Di alta qualità emotiva e artistica è stato invece il concerto del duo Giovanni Guidi – Gianluca Petrella che ha aperto la programmazione al Museo Greco. Il sodalizio, nato circa un anno fa ma con poche esibizioni tuttora all’attivo, si regge su un’evidente sintonia umana. Il mondo espressivo del trombonista ha subito un’evoluzione nel tempo; oggi le sue note lunghe e acute, l’uso del vibrato e il senso melodico riescono a raggiungere un lirismo poetico, perfino una serenità, che la scontrosa e imprevedibile aggressività di un tempo non possedeva. Questi momenti di distensione non escludono ovviamente le tipiche accensioni del trombonista, contrastate ed espressioniste.
Appunto per questo funziona a meraviglia il suo rapporto musicale con Guidi, che questi aspetti opposti, di decantato intimismo e di feroce estroversione, li racchiude e intreccia nella sua personalità, nel suo corpus compositivo e nel suo pianismo, che sa coniugare fasi delicatamente evocative e avvolgenti ed altre di aggrovigliata problematicità. A Orvieto è emerso per esempio un sorprendente “Over the Rainbow,” di struggente delicatezza, intonato con una diteggiatura distillata dal piano e con un fil di voce dal trombone sordinato.
Uno degli appuntamenti che caratterizzano Umbria Jazz Winter è il concerto multimediale che viene ripetuto tutti i pomeriggi alla Sala del Carmine, dedicato quest’anno a A Love Supreme di John Coltrane. Rispetto ad altre edizioni è risultata più debole, meno interattiva la relazione fra le immagini montate in veloce dissolvenza da Massimo Achilli e la musica equilibrata e solida proposta dall’apprezzabile trio di Pietro Tonolo, Marc Abrams e Mauro Beggio.
A seguire, l’esperto Enzo Pietropaoli, che negli anni passati era stato l’artefice musicale del progetto multimediale del Carmine, ha guidato il suo quartetto riproponendo il repertorio del CDYatra. Una musica sinuosa e distesa, di nostalgica malinconia, a tratti dalle delicate e sornione inflessioni popolaresche, ha permesso fra l’altro di apprezzare le notevoli doti di due vincitori del Top Jazz 2011 della rivista Musica Jazz: lo stesso leader, impostosi nella categoria “contrabbassisti,” e il trombettista Fulvio Sigurtà, risultato primo nella categoria “nuovi talenti”. Quest’ultimo ha in effetti palesato un timbro nuovo, in parte derivato dagli attuali maestri norvegesi, ma anche il pianista Julian Mazzariello ha firmato ottimi spunti.
Uno dei temi affrontati quest’anno era l’attualità del Latin Jazz, un genere dall’ormai lunga e sfaccettata vita. Ma si sa i generi sono fatti per essere replicati dai mediocri e trascesi dai maestri, che impongono il proprio esclusivo mondo espressivo, maturato in anni d’esperienza. E Michel Camilo è uno di questi. Certo nella sua musica spiccano molti ingredienti latini, come convivono il blues, lo Swing, il tango…, ma nei suoi accordi possenti, nella ricchezza armonica, nella diteggiatura veloce e sgranata, nell’enfasi e nello slancio romantico delle sue interpretazioni c’è anche un approccio da concertista classico. Per questo Camilo è uno dei pochi pianisti di ambito jazzistico capaci di un contrastato spettro dinamico, che spazia da un esile pianissimo ad un poderoso fortissimo. Tutto questo è stato confermato dai concerti solitari di Orvieto, come d’altra parte è pure emerso il ricorso a schemi ben scanditi e plateali.
Nei due set che si sono susseguiti al Mancinelli la sera del 29 dicembre, si è avuto l’opportunità di un confronto diretto fra Camilo, originario di Santo Domingo, e un altro protagonista dell’attuale Latin Jazz (ma certo l’etichetta gli sta stretta), di nove anni più giovane: Gonzalo Rubalcaba, che però si è esibito in trio.
Le differenze si sono rivelate all’istante evidenti: anche Rubalcaba è dotato di una tecnica raffinatissima, di una diteggiatura veloce e di grande sapienza armonica, ma egli rifiuta il fortissimo per privilegiare un basso volume, il registro medio della tastiera e un andamento pensoso, frammentato da pause. Alla tecnica scelta si connette ovviamente un diverso mondo espressivo e poetico. Quanto il pianismo dell’uno è estroverso, perentorio, esplicito, tanto quello dell’altro è intimista e meditabondo; esso lascia intravedere diversi possibili sviluppi, anche se può risultare un po’ uniforme, poco sorprendente. A confronto del tonitruante Camilo, il pianista cubano si è proposto nella veste del poeta ermetico.
Il misurato contributo dei partner, il contrabbassista Matthew Brewer e il batterista Marcus Gilmore, si è dimostrato del tutto pertinente alle intenzioni del leader. Una nota di costume: tutti i membri del trio indossavano un completo grigio, camicia bianca e cravatta scura; penso non capitasse dai tempi del Modern Jazz Quartet.
Nonostante la diversità di approccio alla tastiera, il duo fra Michel Camilo e il nostro Danilo Rea ha funzionato. Certo è stato il primo a imporre una prova muscolare e dalle forti tinte, ma il secondo ha saputo adeguarsi, rinunciando in parte a quella vena confidenziale, persuasiva e citazionista che tanto gli sta a cuore. “Maiden Voyage,” “Besame mucho,” “Blue Monk,” “‘O sole mio,” “Watermellon Man,” “Don’t Stop the Carnival” e altri brani classici hanno fornito il materiale comune su cui misurarsi. Non sono mancati sviluppi un po’ prolissi, ma nel complesso il reattivo interplay dei due ha dato un esito accattivante, per dinamismo, pienezza melodica, sorprese eccentriche.
Oltre che in duo con Camilo, Danilo Rea ha sostenuto altri due concerti: in duo con Flavio Boltro, nella ripresa dei brani del CD Opera (duo e repertorio recentemente recensiti dal festival di Barcellona) e in trio con Ares Tavolazzi e Ellade Bandini, affrontando alcuni temi dei Beatles. Dopo un’introduzione dalla Cavalleria rusticana di Mascagni, un approccio non scontato alle canzoni del quartetto inglese, quasi ricercato al momento, ha dato sviluppi imprevedibili, con insistenze e qualche spigolosità, momenti di discontinuità e citazioni spiazzanti. In definitiva ne è risultata una interpretazione insolita, prudente, quasi di distaccata ritrosia, meno leggiadra, fluida e intrigante di quanto ci si poteva forse aspettare dal pianista romano.
Un’altra autentica sfumatura latina, più precisamente una Spanish Tinge, è stata aggiunta al festival dal pianista di Cadice Chano Dominguez, ascoltato anche a Time in Jazz lo scorso agosto, ma con un diverso repertorio. Il suo anomalo quintetto (una sezione ritmica più un cantante ed un ballerino di flamenco) ha reinterpretato i brani davisiani di Kind of Blue, elevandone alla seconda potenza il carattere spagnolo.
Dominguez si è confermato pianista di lunga esperienza, che tende a incrociare il jazz con la sua cultura d’origine, sia colta che popolare, capace di elucubrazioni compassate e di progressioni nervose. Particolarmente coinvolgenti ed applauditi sono stati gli interventi di danza da parte di Daniel Navarro.
Su altri due pianisti presenti a Umbria Jazz Winter, accomunati dall’età avanzata, vale la pena di soffermarsi: Renato Sellani e Stan Tracey. Occasione rara quella di ascoltare in Italia il pianista londinese (ottantacinque anni compiuti al festival), che rappresenta un pezzo di storia non solo per motivi anagrafici, ma anche perché il suo pianismo di classe stagionata racchiude in sé molto del nostro passato jazzistico, costituendo tutto sommato un’anomalia nel panorama attuale.
Se nelle sue collaborazioni con i colleghi britannici degli anni Sessanta e Settanta tendevamo a cogliere la componente innovativa ed europea, nelle apparizioni di oggi emerge in modo straordinario l’influenza di Monk. Nei concerti orvietani, in cui Tracey era sostenuto dal figlio Clark alla batteria e dal contrabbassista Andrew Cleyndert, entrambi efficaci, tutto nel suo pianismo (il tocco, il periodare, le spaziature, gli accordi, l’alternanza fra una ricerca obliqua e frasi giocose e stralunate) ha configurato una personale attualizzazione, solida e fresca, convinta e convincente, dell’insegnamento del grande Monk. Ciò è risultato particolarmente evidente nel concerto pomeridiano interamente dedicato al repertorio monkiano.
Se Tracey ha rappresentato una novità assoluta, Sellani (ottantasei anni l’8 gennaio) impersona una presenza costante e gradita, quasi emblematica, del festival umbro. Nei quattro concerti alla Sala Expo del Palazzo del Popolo il pianista ha interpretato repertori sempre diversi con quella sensibilità melodica, quel gusto per gli abbellimenti e le variazioni, quel tocco di ironia scanzonata, quell’intreccio fra detto e non detto che gli sono propri. Semmai rispetto a qualche anno fa si può forse rilevare una diteggiatura più decisa, un atteggiamento più positivo e diretto, meno divagante.
Al suo fianco i fedelissimi Massimo Moriconi e Massimo Manzi, due strumentisti di grande esperienza, oggi un po’ dimenticati dagli addetti ai lavori forse perché identificati con un ambito jazzistico canonico. Eppure l’equilibrio del loro fraseggio e del loro sound sarebbe decisamente da rivalutare.
Nel pomeriggio in cui si è omaggiato Monk, al trio di Stan Tracey ha fatto seguito la Lydian Sound Orchestra, che ha riproposto la scaletta del famoso concerto dell’ampia formazione di Monk alla Town Hall. L’organico diretto da Riccardo Brazzale e comprendente ottimi solisti ha raggiunto negli ultimi anni una completa maturità. Al suo interno vigono compattezza e rilassatezza insieme, la giusta enfasi e il dovuto rigore; la grande professionalità e l’affiatamento fanno sì che la routine sia scongiurata. A Orvieto la loro interpretazione di Monk è stata viva, attuale, a tratti trascinante. Tutti gli strumentisti hanno usufruito di mirati interventi solistici: fra tutti citerei quelli sorprendenti per struttura e sound del trombettista Kyle Gregory e quelli essenziali, non pedissequamente monkiani, del pianista Paolo Birro.
Un poker di concerti, con formazioni sempre diverse, era riservato quest’anno a Paolo Fresu. In uno di questi, che però non ho potuto ascoltare, il trombettista sardo era ospite appunto della Lydian Sound Orchestra. In un altro, “Scores!,” ha invece riproposto la collaborazione con il Quartetto d’archi Alborada. Dall’iniziale “Miserere,” tratto dalla tradizione sarda, fino all’interpretazione di “Fratres” di Arvo Pärt, il concerto ha avuto un andamento unitario, un carattere meditativo incentrato su un insistito misticismo, sia religioso che laico. Nel finale questa impostazione non è stata del tutto disattesa, ma ha assunto le movenze più briose e mosse di “Memory” e “Cowboys and Indians,” scritti entrambi da Uri Caine.
Diversa e notevole l’apparizione del quintetto ormai definito “storico” (oltre al leader, Tino Tracanna, Roberto Cipelli Ettore Fioravanti e in questa occasione Enzo Pietropaoli, in sostituzione dell’indisponibile Attilio Zanchi). Una formazione che non si dovrebbe mai dare per scontata, perché la sua esperienza quasi trentennale, lo sterminato corpus di brani in repertorio e soprattutto la caratura dei suoi membri e l’affiatamento che li lega consentono che ogni set faccia storia a sé, evitando di arenarsi nella ripetitività. A Orvieto è risultato palpabile il rilassato interplay che regna nel gruppo; fra gli interventi solistici hanno svettato quelli di Tracanna, mentre Pietropaoli si è mostrato all’altezza della situazione, inserendosi con intelligenza e leggerezza.
“Crittograph,” l’ultimo e più singolare dei quattro concerti sostenuti da Fresu, ha visto riuniti insieme il Quintetto storico e il Quartetto Alborada. I brani in repertorio (una rivisitazione pucciniana a fianco di temi scritti dai membri del quintetto) si avvalevano degli arrangiamenti di Giulio Libano, oggi ottantottenne, uno degli artefici della canzone d’autore degli anni Sessanta. Tutto sommato il progetto può essere rubricato fra gli esperimenti di “jazz with strings,” che pare stessero tanto a cuore anche a Charlie Parker. Ecco allora le parti totalmente scritte per gli archi, chiamati a saldarsi soprattutto con piano, contrabbasso e batteria, usati in modo molto soft, oppure a costituire un sottofondo morbido e avvolgente per gli assoli del leader.
Il connubio fra le due componenti ha avuto modo di svilupparsi prevalentemente sui tempi lenti e le atmosfere calde delle ballad. Tanto è vero che il quartetto d’archi non è stato chiamato in causa in un brano mosso come “Lucania,” di Zanchi, in cui è previsto un serrato scambio di battute fra flicorno e soprano, ed anche nel boppistico “Crittograph,” brano scritto da Fioravanti e scelto paradossalmente per dare il titolo al progetto. Particolarmente riuscita si è rivelata la versione del canto sardo “No potho reposare,” per il tema suadente, per l’arrangiamento leggero e danzante; in questo caso si è avvertita una salda compenetrazione fra i due gruppi che compongono il nonetto.
Oltre a “Crittograph,” la serata conclusiva del festival ha presentato “Il bidone,” omaggio a Nino Rota da parte del settetto di Gianluca Petrella. È stata questa la terza volta che ho assistito alle performance di questo gruppo, ricevendone impressioni sempre diverse, a dimostrazione del fatto che nel jazz, come sostenevo all’inizio, le sensazioni dipendono dalle singole esibizioni e situazioni. A Novara Jazz nel giugno scorso ebbi la rivelazione sorprendente di un progetto di grande originalità ed urgenza creativa. A Ravenna Jazz, in ottobre, il concerto mi sembrò fiacco e demotivato. A Orvieto è emersa la professionalità di uno spettacolo organizzato con efficienza, capace di amministrare le stratificazioni e gli spessori delle tematiche e degli sviluppi, che hanno incastonato i funzionali interventi di tutti i membri del gruppo. Professionalità e grande impatto dunque, non il geniale fermento che avevo colto all’esordio di questo progetto.
Foto di Riccardo Crimi.
Una de las mayores expectativas del XXVII Festival Internacional Jazz Plaza, ha sido el recuentro del público nacional con el jazzista cubano Gonzalo Rubalcaba.
El mundialmente reconocido pianista y compositor, que desde hace más de una década radica en Estados Unidos, declaró en entrevista al diario Granma que «Cuba no puede faltar en la música que hago. Lo que todo no se puede manifestar de manera evidente, sino que se trata de ligar la tradición y la realidad. Si los códigos no parecen cubanos eso no significa que mi memoria musical, que es la casa, la escuela, las instituciones cubanas donde me formé, no se encuentre ahí».
Es quizás por ello que, en la presentación de Siglo XXI, su más reciente fonograma, en el capitalino teatro Mella, se le vio muy a gusto y emocionado. En un intermedio del concierto agradeció el placer de poder brindar su música a sus compatriotas.
La presentación fue de altos quilates. Y no podía ser para menos al tener en el escenario a una de las figuras cimeras del universo jazzístico contemporáneo. Pero no solo brilló el genio musical de Gonzalito sino también cada uno de los músicos que forman su banda. Los estadounidenses Marcus Gillmore, en el drums, y Matt Brewer en el contrabajo. De la misma manera se integro en algunas piezas el joven Pedro Martínez, de Cuba, invitado en el disco y encargado de las tumbadoras y los batá.
Sobre el Cd Siglo XXI su autor comentó en la nota ya citada:
«Este es un disco que solo existe en los medios digitales y que saldrá físicamente al final de este año. Es una producción con una música que no es solo mía. Tiene tres piezas de mi autoría y otros temas de compositores cubanos y norteamericanos muy jóvenes y de principios de los años 50 y 60. Lo que trato de decir con este material es que si hoy somos lo que somos, se lo debemos a muchos creadores que vienen desde el siglo XX».
La Habana,18 dic (PL) El pianista y compositor cubano Gonzalo Rubalcaba elogió el Festival Internacional Jazz Plaza, con sede aquí como un punto de encuentro e intercambio entre los músicos radicados en la isla y otras partes del mundo.
Al referirse a las medidas que perseguían el endurecimiento de los viajes y el envío de remesas a la isla recientemente rechazadas por el Congreso norteamericano, dijo a Prensa Latina: “lo importante es que en Estados Unidos siempre existirá una gran cantidad de gente que desea establecer un orden continuo de relaciones y comunicación con Cuba.”
Nacido en la Habana en 1963, y residente en ese país norteño, consideró “un derecho natural restablecer la comunicación entre los que han nacido aquí y crecieron aquí y han sido parte de la realidad del país”.
El músico presentó su nuevo disco siglo XXI en un concierto en el capitalino teatro Mella, junto a los estadounidenses Marcus Gillmore, en el drums, y Matt Brewer en el contrabajo, y el percusionista cubano Pedro Martínez.
Al comentar su regreso a los escenarios locales, luego de 12 años, comentó: para “mí es esencial estrechar la comunicación con los cubanos radicados en la isla Esa es la importancia de venir acá. Yo solo soy un cubano que se ha movido a hacer su vida en otra parte, pero eso no me quita el derecho de ser cubano”.
Ganador de cuatro Grammys y nominado en 14 ocasiones, el autor de Solo recordó su encuentro con el legendario trompetista estadounidense Dizzy Gillespie en un festival de jazz habanero.
“Gizze me abrió muchísimas puertas en muchas partes del mundo. Hoy todavía llegó a muchos países y me dicen que la primera vez que supieron de mí fue a través de él”, rememoró.
Rubalcaba elogio su formación en la isla y el crecimiento profesional de la nueva hornada de instrumentistas cubanos. “Ahora he visto gente muy joven que tiene otra visión de hacer música, de proyectar su realidad. Los jóvenes ahora están diciendo como ven su entorno y como quieren crear”, apuntó.
Agregó que “Cuba es un país que siempre ha estado ilusionado con alcanzar niveles muy altos de creación artística. Es una maravilla que esa necesidad permanezca siempre y se perciba tanto en los jóvenes como en los veteranos”
Señaló que uno de los propósitos fundamentales de su carrera ha sida borrar las diferencias entre los estilos que puedan aportar realmente a la música.
“Leo (Brouwer), destacó, dijo muchas veces que lo importante era la buena música, que no importaban los géneros. Ese es el mensaje que he tomado. Esa es la razón por la que me he asociado con lo que me pueda hacer mejor músico y mejor persona”.
“Con todo lo que a uno le dicen llega el momento en que te puedes llegar a enamorar de ti mismo y eso te puede detener. No se trata de dejar de quererte, pero lo que no se puede perder es la capacidad de querer a los demás. Eso es lo que me mantiene con los pies en la tierra”, aseveró.
ag/mih
Blue Note/Cotton Club Tokyo 2011

公演初日リポート:GONZALO RUBALCABA TRIO @COTTON CLUB
日本のファンはそれ以前から彼に注目し、支持してきました。このライヴは、ゴンサロの日本に対するエールなのです。もっとも無口な彼は、相変らずメンバー紹介以外はしゃべらず、ただ演奏するのみですが。
しかし、いくらでも速弾きしようとすればできるのがゴンサロです。プログラム前半ではじっくりとメロディを奏でていましたが、ラストの曲(ぼくにはレニー・トリスターノ作「LENNIE’S PENNIES」に聴こえました)では、彼が今も「ピアノ界のスピード王」であることを証明しました。余計なフレーズを入れず、ただシンバルを叩くだけで恐ろしいほどのスイング感を生み出すマーカス・ギルモアに煽られながら、しかしあくまでもクールに、ゴンサロは鍵盤に指を走らせてゆきます。
「今回のライヴでは、さまざまな作曲家のナンバーを演奏するつもりだ」と、ブルーノート東京のホームページにもメッセージを寄せているゴンサロ。おそらく毎セット、違うプログラムになることでしょう。超絶テクニシャンからマエストロの域に進化したゴンサロの現在を、どうぞお楽しみください。
(原田 2011.8.31)
● 9.2fri.-9.3sat. @BLUE NOTE TOKYO
GONZALO RUBALCABA TRIO “Amor Para Japón”
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