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REVIEW – XXI Century – DownBeat Magazine By James Hale

Gonzalo Rubalcaba aims squarely for modernity with XXI Century (5Passion 010; 48:49/40:45 HH ) featuring his trio of  Matt Brewer and Marcus Gilmore and numerous guests. With a recurring undercurrent of Cuban rhythm, the pianist bows to his roots, but he seems as interested in taking his music to a more slippery realm, one where time becomes more elastic and hammered arpeggios move against backgrounds that slide in and out of focus. Brewer and Gilmore are ideal compatriots for this kind of voyage, and Rubalcaba makes the most of their ability to groove while keeping the ground shifting under your feet. A secondary theme is the radical revoicing of compositions by Bill Evans, Paul Bley and Lennie Tristano, each of whom did similar sleight of hand during their own time. This is smart, adventurous fun that works well on several levels.

 

Gonzalo Rubalcaba Trio Pubblicato: January 16, 2012 di Riccardo Crimi “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione” Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Foto Riccardo Crimi

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Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Articulo di Libero Farnè

Collocare un festival jazz a cavallo della festa di Capodanno era all’origine un’impresa rischiosa, quasi impensabile. Con Umbria Jazz Winter, giunto ad Orvieto alla diciannovesima edizione, la fondazione diretta da Carlo Pagnotta ha vinto brillantemente la scommessa, ottenendo un successo di pubblico e d’immagine sempre crescente negli anni. Questa edizione, che ha puntato soprattutto sui pianisti, sul Latin Jazz e in misura consistente sui protagonisti italiani, ha visto forse un calo d’affluenza di turisti in città, ma non di pubblico ai concerti, che hanno registrato quasi tutti il sold out.
Una delle prerogative del festival è quella di offrire un clima festoso e famigliare, dove addetti ai lavori e musicisti hanno varie occasioni di incontrarsi, scambiandosi informazioni e impressioni. La recensione che segue, grazie anche a questo tipo di confronto, intende riportare sensazioni soggettive, anche se meditate, su alcune delle situazioni più significative. Come ho sempre sostenuto il risultato di ogni concerto dipende per metà da chi suona e per metà da chi ascolta, influenzati entrambi dalle condizioni specifiche del contesto.

Personalmente non sono rimasto né convinto né coinvolto da “Memorie di Adriano,” lo spettacolo che ha aperto il festival al Teatro Mancinelli. Alcune canzoni di Celentano e del suo Clan sono state reinterpretate da Peppe Servillo attorniato, come già in analoghe esperienze del passato, da ottimi jazzisti: Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Mattia Barbieri.
Il mondo del cantautore milanese è stato tradotto nelle movenze e negli umori partenopei di un Totò teatral-nevrotico. Gli arrangiamenti fortemente marcati, dovuti di volta in volta a un membro del gruppo, un apprezzabile brano con la pianista in completa solitudine, un assolo pregevole del contrabbassista e la gradazione jazzistica, talora alta, degli interventi dei due fiati non sono stati sufficienti a trasfigurare le intenzioni iniziali, a riscattare il progetto da una certa pesantezza e pedanteria, da un artificioso preconfezionamento.

Di alta qualità emotiva e artistica è stato invece il concerto del duo Giovanni Guidi – Gianluca Petrella che ha aperto la programmazione al Museo Greco. Il sodalizio, nato circa un anno fa ma con poche esibizioni tuttora all’attivo, si regge su un’evidente sintonia umana. Il mondo espressivo del trombonista ha subito un’evoluzione nel tempo; oggi le sue note lunghe e acute, l’uso del vibrato e il senso melodico riescono a raggiungere un lirismo poetico, perfino una serenità, che la scontrosa e imprevedibile aggressività di un tempo non possedeva. Questi momenti di distensione non escludono ovviamente le tipiche accensioni del trombonista, contrastate ed espressioniste.

Appunto per questo funziona a meraviglia il suo rapporto musicale con Guidi, che questi aspetti opposti, di decantato intimismo e di feroce estroversione, li racchiude e intreccia nella sua personalità, nel suo corpus compositivo e nel suo pianismo, che sa coniugare fasi delicatamente evocative e avvolgenti ed altre di aggrovigliata problematicità. A Orvieto è emerso per esempio un sorprendente “Over the Rainbow,” di struggente delicatezza, intonato con una diteggiatura distillata dal piano e con un fil di voce dal trombone sordinato.

Uno degli appuntamenti che caratterizzano Umbria Jazz Winter è il concerto multimediale che viene ripetuto tutti i pomeriggi alla Sala del Carmine, dedicato quest’anno a A Love Supreme di John Coltrane. Rispetto ad altre edizioni è risultata più debole, meno interattiva la relazione fra le immagini montate in veloce dissolvenza da Massimo Achilli e la musica equilibrata e solida proposta dall’apprezzabile trio di Pietro Tonolo, Marc Abrams e Mauro Beggio.

A seguire, l’esperto Enzo Pietropaoli, che negli anni passati era stato l’artefice musicale del progetto multimediale del Carmine, ha guidato il suo quartetto riproponendo il repertorio del CDYatra. Una musica sinuosa e distesa, di nostalgica malinconia, a tratti dalle delicate e sornione inflessioni popolaresche, ha permesso fra l’altro di apprezzare le notevoli doti di due vincitori del Top Jazz 2011 della rivista Musica Jazz: lo stesso leader, impostosi nella categoria “contrabbassisti,” e il trombettista Fulvio Sigurtà, risultato primo nella categoria “nuovi talenti”. Quest’ultimo ha in effetti palesato un timbro nuovo, in parte derivato dagli attuali maestri norvegesi, ma anche il pianista Julian Mazzariello ha firmato ottimi spunti.

Uno dei temi affrontati quest’anno era l’attualità del Latin Jazz, un genere dall’ormai lunga e sfaccettata vita. Ma si sa i generi sono fatti per essere replicati dai mediocri e trascesi dai maestri, che impongono il proprio esclusivo mondo espressivo, maturato in anni d’esperienza. E Michel Camilo è uno di questi. Certo nella sua musica spiccano molti ingredienti latini, come convivono il blues, lo Swing, il tango…, ma nei suoi accordi possenti, nella ricchezza armonica, nella diteggiatura veloce e sgranata, nell’enfasi e nello slancio romantico delle sue interpretazioni c’è anche un approccio da concertista classico. Per questo Camilo è uno dei pochi pianisti di ambito jazzistico capaci di un contrastato spettro dinamico, che spazia da un esile pianissimo ad un poderoso fortissimo. Tutto questo è stato confermato dai concerti solitari di Orvieto, come d’altra parte è pure emerso il ricorso a schemi ben scanditi e plateali.

Nei due set che si sono susseguiti al Mancinelli la sera del 29 dicembre, si è avuto l’opportunità di un confronto diretto fra Camilo, originario di Santo Domingo, e un altro protagonista dell’attuale Latin Jazz (ma certo l’etichetta gli sta stretta), di nove anni più giovane: Gonzalo Rubalcaba, che però si è esibito in trio.
Le differenze si sono rivelate all’istante evidenti: anche Rubalcaba è dotato di una tecnica raffinatissima, di una diteggiatura veloce e di grande sapienza armonica, ma egli rifiuta il fortissimo per privilegiare un basso volume, il registro medio della tastiera e un andamento pensoso, frammentato da pause. Alla tecnica scelta si connette ovviamente un diverso mondo espressivo e poetico. Quanto il pianismo dell’uno è estroverso, perentorio, esplicito, tanto quello dell’altro è intimista e meditabondo; esso lascia intravedere diversi possibili sviluppi, anche se può risultare un po’ uniforme, poco sorprendente. A confronto del tonitruante Camilo, il pianista cubano si è proposto nella veste del poeta ermetico.
Il misurato contributo dei partner, il contrabbassista Matthew Brewer e il batterista Marcus Gilmore, si è dimostrato del tutto pertinente alle intenzioni del leader. Una nota di costume: tutti i membri del trio indossavano un completo grigio, camicia bianca e cravatta scura; penso non capitasse dai tempi del Modern Jazz Quartet.

Nonostante la diversità di approccio alla tastiera, il duo fra Michel Camilo e il nostro Danilo Rea ha funzionato. Certo è stato il primo a imporre una prova muscolare e dalle forti tinte, ma il secondo ha saputo adeguarsi, rinunciando in parte a quella vena confidenziale, persuasiva e citazionista che tanto gli sta a cuore. “Maiden Voyage,” “Besame mucho,” “Blue Monk,” “‘O sole mio,” “Watermellon Man,” “Don’t Stop the Carnival” e altri brani classici hanno fornito il materiale comune su cui misurarsi. Non sono mancati sviluppi un po’ prolissi, ma nel complesso il reattivo interplay dei due ha dato un esito accattivante, per dinamismo, pienezza melodica, sorprese eccentriche.

Oltre che in duo con Camilo, Danilo Rea ha sostenuto altri due concerti: in duo con Flavio Boltro, nella ripresa dei brani del CD Opera (duo e repertorio recentemente recensiti dal festival di Barcellona) e in trio con Ares Tavolazzi e Ellade Bandini, affrontando alcuni temi dei Beatles. Dopo un’introduzione dalla Cavalleria rusticana di Mascagni, un approccio non scontato alle canzoni del quartetto inglese, quasi ricercato al momento, ha dato sviluppi imprevedibili, con insistenze e qualche spigolosità, momenti di discontinuità e citazioni spiazzanti. In definitiva ne è risultata una interpretazione insolita, prudente, quasi di distaccata ritrosia, meno leggiadra, fluida e intrigante di quanto ci si poteva forse aspettare dal pianista romano.

Un’altra autentica sfumatura latina, più precisamente una Spanish Tinge, è stata aggiunta al festival dal pianista di Cadice Chano Dominguez, ascoltato anche a Time in Jazz lo scorso agosto, ma con un diverso repertorio. Il suo anomalo quintetto (una sezione ritmica più un cantante ed un ballerino di flamenco) ha reinterpretato i brani davisiani di Kind of Blue, elevandone alla seconda potenza il carattere spagnolo.
Dominguez si è confermato pianista di lunga esperienza, che tende a incrociare il jazz con la sua cultura d’origine, sia colta che popolare, capace di elucubrazioni compassate e di progressioni nervose. Particolarmente coinvolgenti ed applauditi sono stati gli interventi di danza da parte di Daniel Navarro.

Su altri due pianisti presenti a Umbria Jazz Winter, accomunati dall’età avanzata, vale la pena di soffermarsi: Renato Sellani e Stan Tracey. Occasione rara quella di ascoltare in Italia il pianista londinese (ottantacinque anni compiuti al festival), che rappresenta un pezzo di storia non solo per motivi anagrafici, ma anche perché il suo pianismo di classe stagionata racchiude in sé molto del nostro passato jazzistico, costituendo tutto sommato un’anomalia nel panorama attuale.
Se nelle sue collaborazioni con i colleghi britannici degli anni Sessanta e Settanta tendevamo a cogliere la componente innovativa ed europea, nelle apparizioni di oggi emerge in modo straordinario l’influenza di Monk. Nei concerti orvietani, in cui Tracey era sostenuto dal figlio Clark alla batteria e dal contrabbassista Andrew Cleyndert, entrambi efficaci, tutto nel suo pianismo (il tocco, il periodare, le spaziature, gli accordi, l’alternanza fra una ricerca obliqua e frasi giocose e stralunate) ha configurato una personale attualizzazione, solida e fresca, convinta e convincente, dell’insegnamento del grande Monk. Ciò è risultato particolarmente evidente nel concerto pomeridiano interamente dedicato al repertorio monkiano.

Se Tracey ha rappresentato una novità assoluta, Sellani (ottantasei anni l’8 gennaio) impersona una presenza costante e gradita, quasi emblematica, del festival umbro. Nei quattro concerti alla Sala Expo del Palazzo del Popolo il pianista ha interpretato repertori sempre diversi con quella sensibilità melodica, quel gusto per gli abbellimenti e le variazioni, quel tocco di ironia scanzonata, quell’intreccio fra detto e non detto che gli sono propri. Semmai rispetto a qualche anno fa si può forse rilevare una diteggiatura più decisa, un atteggiamento più positivo e diretto, meno divagante.
Al suo fianco i fedelissimi Massimo Moriconi e Massimo Manzi, due strumentisti di grande esperienza, oggi un po’ dimenticati dagli addetti ai lavori forse perché identificati con un ambito jazzistico canonico. Eppure l’equilibrio del loro fraseggio e del loro sound sarebbe decisamente da rivalutare.

Nel pomeriggio in cui si è omaggiato Monk, al trio di Stan Tracey ha fatto seguito la Lydian Sound Orchestra, che ha riproposto la scaletta del famoso concerto dell’ampia formazione di Monk alla Town Hall. L’organico diretto da Riccardo Brazzale e comprendente ottimi solisti ha raggiunto negli ultimi anni una completa maturità. Al suo interno vigono compattezza e rilassatezza insieme, la giusta enfasi e il dovuto rigore; la grande professionalità e l’affiatamento fanno sì che la routine sia scongiurata. A Orvieto la loro interpretazione di Monk è stata viva, attuale, a tratti trascinante. Tutti gli strumentisti hanno usufruito di mirati interventi solistici: fra tutti citerei quelli sorprendenti per struttura e sound del trombettista Kyle Gregory e quelli essenziali, non pedissequamente monkiani, del pianista Paolo Birro.

Un poker di concerti, con formazioni sempre diverse, era riservato quest’anno a Paolo Fresu. In uno di questi, che però non ho potuto ascoltare, il trombettista sardo era ospite appunto della Lydian Sound Orchestra. In un altro, “Scores!,” ha invece riproposto la collaborazione con il Quartetto d’archi Alborada. Dall’iniziale “Miserere,” tratto dalla tradizione sarda, fino all’interpretazione di “Fratres” di Arvo Pärt, il concerto ha avuto un andamento unitario, un carattere meditativo incentrato su un insistito misticismo, sia religioso che laico. Nel finale questa impostazione non è stata del tutto disattesa, ma ha assunto le movenze più briose e mosse di “Memory” e “Cowboys and Indians,” scritti entrambi da Uri Caine.
Diversa e notevole l’apparizione del quintetto ormai definito “storico” (oltre al leader, Tino Tracanna, Roberto Cipelli Ettore Fioravanti e in questa occasione Enzo Pietropaoli, in sostituzione dell’indisponibile Attilio Zanchi). Una formazione che non si dovrebbe mai dare per scontata, perché la sua esperienza quasi trentennale, lo sterminato corpus di brani in repertorio e soprattutto la caratura dei suoi membri e l’affiatamento che li lega consentono che ogni set faccia storia a sé, evitando di arenarsi nella ripetitività. A Orvieto è risultato palpabile il rilassato interplay che regna nel gruppo; fra gli interventi solistici hanno svettato quelli di Tracanna, mentre Pietropaoli si è mostrato all’altezza della situazione, inserendosi con intelligenza e leggerezza.

“Crittograph,” l’ultimo e più singolare dei quattro concerti sostenuti da Fresu, ha visto riuniti insieme il Quintetto storico e il Quartetto Alborada. I brani in repertorio (una rivisitazione pucciniana a fianco di temi scritti dai membri del quintetto) si avvalevano degli arrangiamenti di Giulio Libano, oggi ottantottenne, uno degli artefici della canzone d’autore degli anni Sessanta. Tutto sommato il progetto può essere rubricato fra gli esperimenti di “jazz with strings,” che pare stessero tanto a cuore anche a Charlie Parker. Ecco allora le parti totalmente scritte per gli archi, chiamati a saldarsi soprattutto con piano, contrabbasso e batteria, usati in modo molto soft, oppure a costituire un sottofondo morbido e avvolgente per gli assoli del leader.
Il connubio fra le due componenti ha avuto modo di svilupparsi prevalentemente sui tempi lenti e le atmosfere calde delle ballad. Tanto è vero che il quartetto d’archi non è stato chiamato in causa in un brano mosso come “Lucania,” di Zanchi, in cui è previsto un serrato scambio di battute fra flicorno e soprano, ed anche nel boppistico “Crittograph,” brano scritto da Fioravanti e scelto paradossalmente per dare il titolo al progetto. Particolarmente riuscita si è rivelata la versione del canto sardo “No potho reposare,” per il tema suadente, per l’arrangiamento leggero e danzante; in questo caso si è avvertita una salda compenetrazione fra i due gruppi che compongono il nonetto.

Oltre a “Crittograph,” la serata conclusiva del festival ha presentato “Il bidone,” omaggio a Nino Rota da parte del settetto di Gianluca Petrella. È stata questa la terza volta che ho assistito alle performance di questo gruppo, ricevendone impressioni sempre diverse, a dimostrazione del fatto che nel jazz, come sostenevo all’inizio, le sensazioni dipendono dalle singole esibizioni e situazioni. A Novara Jazz nel giugno scorso ebbi la rivelazione sorprendente di un progetto di grande originalità ed urgenza creativa. A Ravenna Jazz, in ottobre, il concerto mi sembrò fiacco e demotivato. A Orvieto è emersa la professionalità di uno spettacolo organizzato con efficienza, capace di amministrare le stratificazioni e gli spessori delle tematiche e degli sviluppi, che hanno incastonato i funzionali interventi di tutti i membri del gruppo. Professionalità e grande impatto dunque, non il geniale fermento che avevo colto all’esordio di questo progetto.
Foto di Riccardo Crimi.

 

 

 

 

 

 

 

Gonzalito Rubalcaba: A World Class Musician By Rafael Lam

Havana (Prensa Latina) The 27th International Jazz Plaza Festival gained extra prominence with the visit of Gonzalo Julio Gonzalez Fonseca, a.k.a Gonzalito Rubalcaba, an authentic Cuban “piano man.” 

After 10 years without any presentation for Cuban audiences, Gonzalito Rubalcaba´s presence was highly anticipated by jazz lovers. A man born in the middle of the boom of The Beatles, on May 27, 1963 in Havana, Gonzalito is the heir of a dynasty of musicians.

His father, Guillermo Gonzalez Camejo (Rubalcaba), is the piano player with Charanga Rubalcaba; his grandfather, Jacobo Gonzalez Rubalcaba, was a band director, a classic Cuban danzon player, who wrote that beautiful piece called “El Cadete Constitucional” (The Constitutional Cadet).

In his performances, Gonzalito Rubalcaba presents a synthesis of his studies in Cuba, his experimentations, his natural talent and the projects with many of the most famous piano players in modern jazz today.

Along with his perfect piano training, he shows a very solid maturity. He performs sounds that are not too usual in the world of jazz piano playing. He knows how to play with all possibilities offered by harmonic ideas, the colors, the dynamics, the real “touch of grace” that Europeans talk about.

Simple and responsible by nature, a man of few words, he does not like to waste time, and when something is not synchronized, he gets very anxious. His life is concentrated in studying and playing the piano, in the creation of music.

In 1984, he was catapulted by US trumpeter Dizzy Gillespie and bassist Charlie Haden to the world of jazz stars. Gillespie said at that time that he had not met such an accomplished musician for a long time. He is the best piano player I have heard for many years. Now, right now, he is the best piano player in the 90s”. And Charlie Haden considered him the great unexpected appearance in the jazz universe.

In 1996, Gonzalito started living in the Dominican Republic, in order to reach a wider market. He lived in the Dominican Republic for 10 years, then moved to Orlando, Florida, USA.

“I found myself in another world, another language, I faced a a different dynamics, I learned to work with the balance of sounds, the metric motor, diction, harmony, with the other musicians I worked with. I became involved in musical composition, forms and structure.

“I began a period of reflection, of change, of musical enrichment. I was in constant search; I play the traditional stuff, but with a different angle. My record Supernova is an exploratory work, a summary of my work.

“In my early years, I inclined more towards rhythm. Every young man wants to show his virtuosity, his complexity. Now, I am immersed in an evolution towards the melodic. I want to connect the melody with the jazz phrasing and the Cuban vocabulary. I am entering the area of the poetic.”

Now he likes to work in the development of harmony with his left hand in some rhythmic patterns, and the result of all this has been the recording of 14 CD�s, 15 Grammy nominations, and 5 Grammy Awards.

Several of his records are collaborations with Herbie Hancock, Chick Corea, Al Dimeola, and others.

Now he is working toward the integral use of the instrument, quality sound, handling of the dynamics and the work with the rest of the musicians in his band.

He has played at different places such as the North Sea Festival in Holland, Ronnie Scottâ�Ös Club in London, Paradise Club in Amsterdam, Holland; Festival Pinks Amberes in Copenhagen, Denmark; Montreaux, Switzerland; Fuji Mount Festival, Japan and Lincoln Center, New York, to jmention just a few.

He has shared the stage with great jazz musicians such as Gato Barbieri, Michel Camilo, Astrid Gilberto, Al Dimeola, Ray Barreto, Tania Maria, Irakere, John Pattitucci, Tete Monteliu, Charlie Haden, Dizzy Gillespie, Ron Carter and others.

He has worked for a series of recording companies, including Bluie Note, EMI, Toshiba, GKM.

He was chosen the Artist of the Year in Japan in 1993 (for a second time in Japan) and the magazine Jazz Time (USA) classified him as Best Jazz Piano Performer.

In 1999, his CD “Inner Voyage” obtained the French Art Academy Awards, and he was nominated for Best Latin Jazz Album in 2002 with his CD “Supernova”.

Gonzalito has played with Cuban musicians belonging to other Cuban groups. Sintesis, Orquesta Aragon, Sonido Contemporaneo, Van Van, and singers such as Pablo MIlanes, Beatriz Marquez, Soledad Delgado (deceased) and Ela Calvo have been accompanied by his undeniable talent at the piano.

Asked about the Cuban music school, he said it is quite ortodox, but it is one of the best in the world.

“My country, Cuba has made a great effort for education in general, and particularly, in the solid studies of academic musicians,” he stated. Gonzalito Rubalcaba studies eight hours a day. He gets up at 8:00 a.m., has a good breakfast, which he says he enjoys more than the evening meal. Then he connects with music and studies from 9:00 to a little after noon.

In the afternoons, he writes music, he reads, listens to music. At six, he jogs and practices some sport. “That helps me to clear my mind and help me decide what direction to take,” he says. “I believe in discipline; the muse does exist, but the work has to be done. You have to put the mind to work, have responsibility, love, energy. It is a life that is a little isolated, but I enjoy it”.

He presently performs about 200 concerts a year, but with three children, he now wants to find more time to dedicate to his family.

ir/as/tac/ag/rfl

Modificado el ( domingo, 25 de diciembre de 2011 )

 

Gonzalo Rubalcaba: “Cuba no puede faltar en la música que hago” Fotorreportaje: Kaloian

http://www.cubadebate.cu

Una de las mayores expectativas del XXVII Festival Internacional Jazz Plaza, ha sido el recuentro del público nacional con el jazzista cubano Gonzalo Rubalcaba.

El mundialmente reconocido pianista y compositor, que desde hace más de una década radica en Estados Unidos, declaró en entrevista al diario Granma que «Cuba no puede faltar en la música que hago. Lo que todo no se puede manifestar de manera evidente, sino que se trata de ligar la tradición y la realidad. Si los códigos no parecen cubanos eso no significa que mi memoria musical, que es la casa, la escuela, las instituciones cubanas donde me formé, no se encuentre ahí».

Es quizás por ello que, en la presentación de Siglo XXI, su más reciente fonograma, en el capitalino teatro Mella, se le vio muy a gusto y emocionado. En un intermedio del concierto agradeció el placer de poder brindar su música a sus compatriotas.

La presentación fue de altos quilates. Y no podía ser para menos al tener en el escenario a una de las figuras cimeras del universo jazzístico contemporáneo. Pero no solo brilló el genio musical de Gonzalito sino también cada uno de los músicos que forman su banda. Los estadounidenses Marcus Gillmore, en el drums, y Matt Brewer en el contrabajo. De la misma manera se integro en algunas piezas el joven Pedro Martínez, de Cuba, invitado en el disco y encargado de las tumbadoras y los batá.

Sobre el Cd Siglo XXI su autor comentó en la nota ya citada:

«Este es un disco que solo existe en los medios digitales y que saldrá físicamente al final de este año. Es una producción con una música que no es solo mía. Tiene tres piezas de mi autoría y otros temas de compositores cubanos y norteamericanos muy jóvenes y de principios de los años 50 y 60. Lo que trato de decir con este material es que si hoy somos lo que somos, se lo debemos a muchos creadores que vienen desde el siglo XX».

 

Gonzalo Rubalcaba elogia Festival Jazz Plaza en Cuba Por Michel Hernández

http://www.prensa-latina.cu/

La Habana,18 dic (PL) El pianista y compositor cubano Gonzalo Rubalcaba elogió el Festival Internacional Jazz Plaza, con sede aquí como un punto de encuentro e intercambio entre los músicos radicados en la isla y otras partes del mundo.

Al referirse a las medidas que perseguían el endurecimiento de los viajes y el envío de remesas a la isla recientemente rechazadas por el Congreso norteamericano, dijo a Prensa Latina: “lo importante es que en Estados Unidos siempre existirá una gran cantidad de gente que desea establecer un orden continuo de relaciones y comunicación con Cuba.”

Nacido en la Habana en 1963, y residente en ese país norteño, consideró “un derecho natural restablecer la comunicación entre los que han nacido aquí y crecieron aquí y han sido parte de la realidad del país”.

El músico presentó su nuevo disco siglo XXI en un concierto en el capitalino teatro Mella, junto a los estadounidenses Marcus Gillmore, en el drums, y Matt Brewer en el contrabajo, y el percusionista cubano Pedro Martínez.

Al comentar su regreso a los escenarios locales, luego de 12 años, comentó: para “mí es esencial estrechar la comunicación con los cubanos radicados en la isla Esa es la importancia de venir acá. Yo solo soy un cubano que se ha movido a hacer su vida en otra parte, pero eso no me quita el derecho de ser cubano”.

Ganador de cuatro Grammys y nominado en 14 ocasiones, el autor de Solo recordó su encuentro con el legendario trompetista estadounidense Dizzy Gillespie en un festival de jazz habanero.

“Gizze me abrió muchísimas puertas en muchas partes del mundo. Hoy todavía llegó a muchos países y me dicen que la primera vez que supieron de mí fue a través de él”, rememoró.

Rubalcaba elogio su formación en la isla y el crecimiento profesional de la nueva hornada de instrumentistas cubanos. “Ahora he visto gente muy joven que tiene otra visión de hacer música, de proyectar su realidad. Los jóvenes ahora están diciendo como ven su entorno y como quieren crear”, apuntó.

Agregó que “Cuba es un país que siempre ha estado ilusionado con alcanzar niveles muy altos de creación artística. Es una maravilla que esa necesidad permanezca siempre y se perciba tanto en los jóvenes como en los veteranos”

Señaló que uno de los propósitos fundamentales de su carrera ha sida borrar las diferencias entre los estilos que puedan aportar realmente a la música.

“Leo (Brouwer), destacó, dijo muchas veces que lo importante era la buena música, que no importaban los géneros. Ese es el mensaje que he tomado. Esa es la razón por la que me he asociado con lo que me pueda hacer mejor músico y mejor persona”.

“Con todo lo que a uno le dicen llega el momento en que te puedes llegar a enamorar de ti mismo y eso te puede detener. No se trata de dejar de quererte, pero lo que no se puede perder es la capacidad de querer a los demás. Eso es lo que me mantiene con los pies en la tierra”, aseveró.

ag/mih

Gonzalo Rubalcaba – Discovery: Live at Montreux FRIDAY, OCTOBER 29, 2010 Music for Nothing Blogspot

Discovery: Live at Montreux

Unless you sit around listening to shitty street punk all day, you’ve probably heard a lot of very talented musicians. But how often do you hear a real virtuoso? Not just some guy who shreds on a guitar real good, but somebody that defies you to believe that they’re even playing what they’re playing? Gonzalo Rubalcaba is that dude. This is the then-27-year-old pianist’s second public appearance in North America after being isolated in his native Cuba previously. This captures him playing in a trio with the ubiquitous Charlie Haden on bass and Paul Motian on drums, but the focus is on Rubalcaba all the way. By the time he finishes the first cut – Monk’s “Well You Needn’t” – you’re left gasping for breath and grasping for adjectives at the sheer force of it all. He come out on FIRE, launching run after run with astonishing clarity and creativity, breaking out some Cuban rhythm and displaying classical delicacy where required. Unbelievable.

Newport Jazz Festival Review: By RICK MASSIMO Journal Pop Music Writer

Rhode Island News:

While mainstage closers guitarist Al DiMeola and pianist Gonzalo Rubalcaba were denied the rest of their band due to visa problems, the duo managed some lovely moments, as well as some real fire on the closing “Mediterranean.”

 

The Providence Journal / Ruben W. Perez

 

Gonzalo Rubalcaba plays the piano as he performs with Al DiMeola on the main stage Saturday at the Newport Jazz Festival in Newport. The festival continues Sunday.

 

 

 

Jazz in Marciac : Days Five & Six

Comme beaucoup d’autres musiciens, Al Di Meola est passé par le fameux Berklee College of Music, il y étudie de 1971 à 1974 avant de rejoindre cette même année le groupe de Chick Corea Return to Forever. Il effectue par la suite plusieurs tournées mondiales avec Chick Corea. En 1980 il s’associe à John McLaughlin et Paco de Lucia pour la formation d’un trio d’exception. Depuis le début des années 1990, Al Di Meola a enregistré dans des contextes très divers en s’orientant de plus en plus vers la World Music. Ce soir il est rejoint par le pianiste Gonzalo Rubalcaba, une association qui risque de faire des étincelles. Le guitariste et le pianiste sont accompagnés de Peo Alfonsi à la guitare, Fausto Beccalossi à l’accordéon et Peter Kaszas à la batterie. Les musiciens ont choisi de nous interpréter un répertoire inédit, Al Di Meola précise qu’ils ne l’ont encore jamais joué ensemble. Le répertoire est composé de pièces très courtes. Parfois en duo, parfois en trio, parfois en quintet. L’accordéoniste Fausto Beccalossi, siffle ses solos en même temps qu’il les joue. Al Di Meola nous propose ensuite d’écouter quelques prestations en solo. Les musiciens quittent tous la scène, à l’exception du pianiste Gonzalo Rubalcaba. Le pianiste se concentre, prend son tomps, puis rompt le silence de manière très douce, il enfonce à peine les touches du clavier et maintient en haleine toute la salle pendant toute la durée de la pièce. Le pianiste qui ensuite la scène pour laisser place à la guitre d’Al Di Meola qui commence à jouer seul puis est rejoint par Peo Alfonsi et Fausto Beccalossi.  Pendant le solo d’Al Di Meola, Peo Alfonsi fait se sert de sa guitare comme percussions en frappant sur la caisse de résonnance avec sa paume. Les musiciens saluent le public avant de revenir sur scène pour le rappel, dès les premières minutes du morceau, une pluie diluvienne s’abat sur le chapiteau, tous les bénévoles courent s’abriter sous l’aile gauche, les musiciens s’arrêtent quelques secondes et lèvent la tête vers le ciel. Nous écoutons en silence le battement des gouttes d’eau qui retentissent sur la grande toile, puis la musique reprend son cours sous les applaudissements du public. Après ce premier rappel, le public en redemande, et les musiciens reviennent sur scène une seconde fois pour notre plus grand plaisir. Un très beau moment de musique que nous avons partagé avec ces cinq artistes.

Gonzalo Rubalcaba: Fe (5Pasion) By Fernando Gonzalez

The brittle condition of record labels (and not only jazz labels), has nudged artists into a do-it-yourself approach, and why not?. Cuban pianist Gonzalo Rubalcaba has launched his own label, 5Pasion. Its first release is Rubalcaba’s  (Faith), a challenging solo piano recording including both originals and standards. This is no conventional, toe-tapping fare. Historically, in Rubalcaba’s approach elements of jazz, classical, (Cuban) traditional and popular music, have informed his playing and writing. In , Rubalcaba blurs the lines once more, while taking a decidedly exploratory approach. He deconstructs “Blue in Green,” (twice), and Dizzy Gillespie’s “Con Alma” (three times), and uses the harmonic structure of John Coltrane’s “Giant Steps” as the basis for his own “Improvisation 1” and “Improvisation 2.” These pieces, and his own, play out as starting points from where he launches examinations of textures, space, counterpoint, melodic variations and more. It’s a work that suggests and demands, appropriately, a leap of Faith.

 

From “Breath of Life” by Kalamu ya Salaam

Visit Kalamu ya Salaam

GONZALO RUBALCABA



There are quiet places inside of all of us. Many of us are afraid of those spaces. Afraid of the thoughts we think when we are still and silent for extended stays when we are our own and only accomplice. Afraid too of what we feel when we are feeling all that is us, all that is the interior, the insides of whoever we are.

Do you know yourself? Are you comfortable with who you are? Could you spend hours alone and not go crazy, not reach for you phone, run to your car to go somewhere, grab some munchies to keep from concentrating on the inner hunger that impels you to put something inside of your mouth, a gag to keep from gagging on your own guts.

Most of us don’t meditate, don’t dare approach, not to mention actually cross, our personal mountains whose rough terrain, abyss-like cliffs, and rarified higher heights take strength and endurance to literally overcome, cross over to our other sides, the others inside us.

If you are ready, Gonzalo will spirit you there.

I hesitate to simply call this music, or jazz, or even solo piano. On one level that is certainly what this is, but on another level this is no mere elevator or escalator mechanically moving us about, this is journeying on another level taking us deep into the tips of ourselves, the pits of ourselves—alter as in the Latin alter = high or deep, depending on how it is used.

Really this is spirit fuel assisting your flight into the who of you, the what of you, all the memory, reactions, envisionings, thoughts and feelings, many of which are far, far beyond just whatever happens to be here and now. Each of our DNAs carry ancestor songs, whisperings, some strong, some weak, barely there, but there, always influencing every future movement, meaning.

We never leave who we are even if we become someone else. We just have added another layer, a different variation, a new vibration to the human chain that each of us is and extends. If we spawn no children, the specific chain stops with us but even so in how we have interacted with others we have passed on some of ourselves beyond ourselves.

We talk glibly about eternal soul, about heaven and that other place, don’t wait until you die to think you will discover who you are. You won’t discover anything more than you discovered when you were alive. Now is the time to go into the self.

The ancient inscription said: know thyself.

These sounds that Gonzalo produces are physical in the sense that he strikes levers that move hammers against taunt strings. He knows how to time the strikes, how to coordinate the strikes. The dynamics of the strikes; how hard to hit, how soft to caress. The sensitivity to create all of this on the fly guided by his own inner spirit is his awesome artistry.

Sometimes, like with “Imagine,” “Here’s That Rainy Day,” or “Con Alma”part of what Gonzalo does will be melodies and harmonic fragments that are familiar, but a lot of this is nuevo (i.e. new), a newness that comes up as he dips his piano bucket into the well of his own being. In this case his waters include portraits of his three children: Joan, Joao, and Yolanda.

If you have an undisturbed space and time where/when you can experience these sounds you will be rewarded with a glimpse of your emotional innards, the life pictures on the walls of your personality, exhibits that most of us seldom consciously consider. Through the fog of our judgments about what we feel about what we have experienced and about what we are, through this thicket of contradictions, revulsions, obsessions, social mal/adjustments, settlements and accommodations, little and large lies, as well as deep and sometimes starling truths, all of this will blink like a far off lighthouse in the night fog, a light calling us home, showing us the way to the harbor of our actual selves.

Can we cross the danger waters, navigate through the social swamps? Can we, are we willing to journey to the self, are we willing to embrace the self? The deepest beauty of jazz is that it is a genre that consciously and constantly pushes the artist and the listener to go naked, strip down and reveal the self for whoever, whatever that self may be. You will know when you are looking at your true self, even if you initially refuse to recognize yourself, even as you ask that eternal question that life conditions occasionally impel even the most stoic of us to utter: is this me? Is this me saying what I am saying, doing what I am doing, thinking what I am thinking, feeling… is “this” (whatever “this happens to be), is this me?

Look closer. Listen harder.

Spend time with yourself.

Gonzalo’s music can provide hours and hours of indescribable insights. Be gentle with these moments. Do not rush. Only the slow, only those who take time, will know all that there is to know about the person trying to do the knowing. No matter what we think about, it is still us thinking and therefore in the process of discovery it is us that ultimately matters most. Who we are is way, way before and far, far beyond what we think.

Gonzalo Rubalcaba. Cuban pianist, Havana born. 1963. Has made a bunch of recordings, won Grammy awards. Known as a daunting technician, able to play faster than most people can think. Full of rhythms, encyclopedic in his knowledge of harmonies, endless in his melodic inventions. Master of standards, shaman of folkloric music, original both as a composer and an interpreter. Everything he is and has been has come together in a masterful recording that indicates not just where Gonzalo is at, but indeed points towards where he is headed.

(Faith) is the first release on 5Passion, the record label Gonzalo has started.

It is my great pleasure to announce the formation of my very own record label, 5Passion. As we charge into the future, technology continues to evolve… and in many cases, continues to democratize many of the processes of major industries once reserved only for those with significant capital. These days, owning your own world-class studio and distributing your work in the virtual world is a very real and attractive possibility. These developments are “music to my ears,” as the opportunity to produce and distribute lots of great music and video with only the quality of the product in mind is at hand.
—Gonzalo Rubalcaba

is an exquisitely recorded solo outing. Rather than play a bunch of standards or even undertake a presentation of originals, this is more like a personal recital, literally a sonic stream of sub/consciousness during which he just plays. And plays, and plays. Songs come out sometimes in fragments that coalesce at the end, others are ideas formally developed. The interpretations of songs by others is idiosyncratic and mind altering, often out of tempo ruminations.

When I first heard  I was a bit put off, wanting to hear more of the Gonzalo magic I knew he could do with songs I already knew. But  is another kind of magic. This is the music that takes you to places you might not know that you actually know, i.e. places inside yourself consisting of all the places you’ve been, physical places, emotional places, imaginary places, all the places.

I should not have been surprised, Gonzalo has done this before. “Here’s That Rainy Day,” “Night Fall,” and “Beseme Mucho” are taken from his early 1997 album Solo and the reveal a similar approach.

These solo performances are only one facet of the jewel of Gonzalo’s artistry but this is a facet of invaluable and resplendent quality. Ashe Gonzalo. Giving thanks. Enjoy.

—Kalamu ya Salaam


 

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