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Crossroads, tanta l’attesa per il concerto di Gonzalo Rubalcaba – Inffoggi – 21 APRILE 2013

gonzPIACENZA, 21 APRILE 2013 - L’edizione 2013 del festival Crossroads, organizzato da Jazz Network e dall’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, passerà una sola volta per Piacenza ma con un concerto tale da lasciare il segno. La kermesse jazzistica itinerante arriverà infatti mercoledì 24 aprile al Conservatorio “G. Nicolini” (inizio ore 21:15), portando con sé il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba, star della musica jazz latina che si esibirà in solitudine. Il concerto è realizzato in collaborazione con il Piacenza Jazz Club, nell’ambito di Piacenza Jazz Fest. Biglietti: intero euro 17, ridotto 14.

Gonzalo Rubalcaba (L’Avana, 1963), dopo un lungo apprendistato nell’ambiente della musica cubana, viene ‘scoperto’ da Dizzy Gillespie nel 1985. L’anno seguente Charlie Haden lo introduce nel reame del jazz, inserendolo nel suo trio con Paul Motian e lanciandone così la carriera internazionale. Rubalcaba si impone immediatamente come pianista capace di coniugare l’universo latin e quello afro interpretandone al calor bianco sia gli aspetti più ritmici e viscerali che le atmosfere più liriche, con una tecnica il cui abbagliante virtuosismo non risulta mai invasivo e una raffinatezza di tocco e di sonorità da far invidia ai più celebrati pianisti classici. Immerso in qualunque contesto strumentale, il suono di Rubalcaba emerge sempre vividamente con la sua classe incomparabile; ma è la situazione in solitudine che permette di ascoltare in maniera rivelatoria la sua magnetica diteggiatura.

I complicati rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti hanno ritardato l’ingresso di Rubalcaba nel paese ‘ufficiale’ del jazz, dove comunque alla fine è riuscito a emigrare (e del resto già incideva per la Blue Note, sulla quale ha esordito figurando come leader nelle registrazioni live del trio con Haden e Motian).

Informazioni:
Jazz Network, tel. 0544 405666, fax 0544 405656, e-mail: ejn@ejn.it
website: www.crossroads-it.org – www.erjn.it

Indirizzi e Prevendite:
Conservatorio “G. Nicolini”, Via Santa Franca 35. Biglietteria serale dalle ore 19:30.
Prevendite: Alphaville, Via Tempio 50, sabato mattina dalle 10:30 alle 12:30; Piacenza Jazz Club, Via Musso 5, dal lunedì al venerdì dalle 15:00 alle 19:00.
Informazioni e prenotazioni: tel. 0523 579034, cell.: 348 6969333, www.piacenzajazzfest.it, segreteria@piacenzajazzclub.it (per info), biglietti@piacenzajazzclub.it (per prenotazioni).

Ufficio Stampa Crossroads:
Daniele Cecchini, tel. 348 2350217, e-mail: dancecchini@hotmail.com

Direzione Artistica:
Sandra Costantini

Gonzalo Rubalcaba Trio Pubblicato: January 16, 2012 di Riccardo Crimi “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione” Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Foto Riccardo Crimi

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Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Articulo di Libero Farnè

Collocare un festival jazz a cavallo della festa di Capodanno era all’origine un’impresa rischiosa, quasi impensabile. Con Umbria Jazz Winter, giunto ad Orvieto alla diciannovesima edizione, la fondazione diretta da Carlo Pagnotta ha vinto brillantemente la scommessa, ottenendo un successo di pubblico e d’immagine sempre crescente negli anni. Questa edizione, che ha puntato soprattutto sui pianisti, sul Latin Jazz e in misura consistente sui protagonisti italiani, ha visto forse un calo d’affluenza di turisti in città, ma non di pubblico ai concerti, che hanno registrato quasi tutti il sold out.
Una delle prerogative del festival è quella di offrire un clima festoso e famigliare, dove addetti ai lavori e musicisti hanno varie occasioni di incontrarsi, scambiandosi informazioni e impressioni. La recensione che segue, grazie anche a questo tipo di confronto, intende riportare sensazioni soggettive, anche se meditate, su alcune delle situazioni più significative. Come ho sempre sostenuto il risultato di ogni concerto dipende per metà da chi suona e per metà da chi ascolta, influenzati entrambi dalle condizioni specifiche del contesto.

Personalmente non sono rimasto né convinto né coinvolto da “Memorie di Adriano,” lo spettacolo che ha aperto il festival al Teatro Mancinelli. Alcune canzoni di Celentano e del suo Clan sono state reinterpretate da Peppe Servillo attorniato, come già in analoghe esperienze del passato, da ottimi jazzisti: Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Mattia Barbieri.
Il mondo del cantautore milanese è stato tradotto nelle movenze e negli umori partenopei di un Totò teatral-nevrotico. Gli arrangiamenti fortemente marcati, dovuti di volta in volta a un membro del gruppo, un apprezzabile brano con la pianista in completa solitudine, un assolo pregevole del contrabbassista e la gradazione jazzistica, talora alta, degli interventi dei due fiati non sono stati sufficienti a trasfigurare le intenzioni iniziali, a riscattare il progetto da una certa pesantezza e pedanteria, da un artificioso preconfezionamento.

Di alta qualità emotiva e artistica è stato invece il concerto del duo Giovanni Guidi – Gianluca Petrella che ha aperto la programmazione al Museo Greco. Il sodalizio, nato circa un anno fa ma con poche esibizioni tuttora all’attivo, si regge su un’evidente sintonia umana. Il mondo espressivo del trombonista ha subito un’evoluzione nel tempo; oggi le sue note lunghe e acute, l’uso del vibrato e il senso melodico riescono a raggiungere un lirismo poetico, perfino una serenità, che la scontrosa e imprevedibile aggressività di un tempo non possedeva. Questi momenti di distensione non escludono ovviamente le tipiche accensioni del trombonista, contrastate ed espressioniste.

Appunto per questo funziona a meraviglia il suo rapporto musicale con Guidi, che questi aspetti opposti, di decantato intimismo e di feroce estroversione, li racchiude e intreccia nella sua personalità, nel suo corpus compositivo e nel suo pianismo, che sa coniugare fasi delicatamente evocative e avvolgenti ed altre di aggrovigliata problematicità. A Orvieto è emerso per esempio un sorprendente “Over the Rainbow,” di struggente delicatezza, intonato con una diteggiatura distillata dal piano e con un fil di voce dal trombone sordinato.

Uno degli appuntamenti che caratterizzano Umbria Jazz Winter è il concerto multimediale che viene ripetuto tutti i pomeriggi alla Sala del Carmine, dedicato quest’anno a A Love Supreme di John Coltrane. Rispetto ad altre edizioni è risultata più debole, meno interattiva la relazione fra le immagini montate in veloce dissolvenza da Massimo Achilli e la musica equilibrata e solida proposta dall’apprezzabile trio di Pietro Tonolo, Marc Abrams e Mauro Beggio.

A seguire, l’esperto Enzo Pietropaoli, che negli anni passati era stato l’artefice musicale del progetto multimediale del Carmine, ha guidato il suo quartetto riproponendo il repertorio del CDYatra. Una musica sinuosa e distesa, di nostalgica malinconia, a tratti dalle delicate e sornione inflessioni popolaresche, ha permesso fra l’altro di apprezzare le notevoli doti di due vincitori del Top Jazz 2011 della rivista Musica Jazz: lo stesso leader, impostosi nella categoria “contrabbassisti,” e il trombettista Fulvio Sigurtà, risultato primo nella categoria “nuovi talenti”. Quest’ultimo ha in effetti palesato un timbro nuovo, in parte derivato dagli attuali maestri norvegesi, ma anche il pianista Julian Mazzariello ha firmato ottimi spunti.

Uno dei temi affrontati quest’anno era l’attualità del Latin Jazz, un genere dall’ormai lunga e sfaccettata vita. Ma si sa i generi sono fatti per essere replicati dai mediocri e trascesi dai maestri, che impongono il proprio esclusivo mondo espressivo, maturato in anni d’esperienza. E Michel Camilo è uno di questi. Certo nella sua musica spiccano molti ingredienti latini, come convivono il blues, lo Swing, il tango…, ma nei suoi accordi possenti, nella ricchezza armonica, nella diteggiatura veloce e sgranata, nell’enfasi e nello slancio romantico delle sue interpretazioni c’è anche un approccio da concertista classico. Per questo Camilo è uno dei pochi pianisti di ambito jazzistico capaci di un contrastato spettro dinamico, che spazia da un esile pianissimo ad un poderoso fortissimo. Tutto questo è stato confermato dai concerti solitari di Orvieto, come d’altra parte è pure emerso il ricorso a schemi ben scanditi e plateali.

Nei due set che si sono susseguiti al Mancinelli la sera del 29 dicembre, si è avuto l’opportunità di un confronto diretto fra Camilo, originario di Santo Domingo, e un altro protagonista dell’attuale Latin Jazz (ma certo l’etichetta gli sta stretta), di nove anni più giovane: Gonzalo Rubalcaba, che però si è esibito in trio.
Le differenze si sono rivelate all’istante evidenti: anche Rubalcaba è dotato di una tecnica raffinatissima, di una diteggiatura veloce e di grande sapienza armonica, ma egli rifiuta il fortissimo per privilegiare un basso volume, il registro medio della tastiera e un andamento pensoso, frammentato da pause. Alla tecnica scelta si connette ovviamente un diverso mondo espressivo e poetico. Quanto il pianismo dell’uno è estroverso, perentorio, esplicito, tanto quello dell’altro è intimista e meditabondo; esso lascia intravedere diversi possibili sviluppi, anche se può risultare un po’ uniforme, poco sorprendente. A confronto del tonitruante Camilo, il pianista cubano si è proposto nella veste del poeta ermetico.
Il misurato contributo dei partner, il contrabbassista Matthew Brewer e il batterista Marcus Gilmore, si è dimostrato del tutto pertinente alle intenzioni del leader. Una nota di costume: tutti i membri del trio indossavano un completo grigio, camicia bianca e cravatta scura; penso non capitasse dai tempi del Modern Jazz Quartet.

Nonostante la diversità di approccio alla tastiera, il duo fra Michel Camilo e il nostro Danilo Rea ha funzionato. Certo è stato il primo a imporre una prova muscolare e dalle forti tinte, ma il secondo ha saputo adeguarsi, rinunciando in parte a quella vena confidenziale, persuasiva e citazionista che tanto gli sta a cuore. “Maiden Voyage,” “Besame mucho,” “Blue Monk,” “‘O sole mio,” “Watermellon Man,” “Don’t Stop the Carnival” e altri brani classici hanno fornito il materiale comune su cui misurarsi. Non sono mancati sviluppi un po’ prolissi, ma nel complesso il reattivo interplay dei due ha dato un esito accattivante, per dinamismo, pienezza melodica, sorprese eccentriche.

Oltre che in duo con Camilo, Danilo Rea ha sostenuto altri due concerti: in duo con Flavio Boltro, nella ripresa dei brani del CD Opera (duo e repertorio recentemente recensiti dal festival di Barcellona) e in trio con Ares Tavolazzi e Ellade Bandini, affrontando alcuni temi dei Beatles. Dopo un’introduzione dalla Cavalleria rusticana di Mascagni, un approccio non scontato alle canzoni del quartetto inglese, quasi ricercato al momento, ha dato sviluppi imprevedibili, con insistenze e qualche spigolosità, momenti di discontinuità e citazioni spiazzanti. In definitiva ne è risultata una interpretazione insolita, prudente, quasi di distaccata ritrosia, meno leggiadra, fluida e intrigante di quanto ci si poteva forse aspettare dal pianista romano.

Un’altra autentica sfumatura latina, più precisamente una Spanish Tinge, è stata aggiunta al festival dal pianista di Cadice Chano Dominguez, ascoltato anche a Time in Jazz lo scorso agosto, ma con un diverso repertorio. Il suo anomalo quintetto (una sezione ritmica più un cantante ed un ballerino di flamenco) ha reinterpretato i brani davisiani di Kind of Blue, elevandone alla seconda potenza il carattere spagnolo.
Dominguez si è confermato pianista di lunga esperienza, che tende a incrociare il jazz con la sua cultura d’origine, sia colta che popolare, capace di elucubrazioni compassate e di progressioni nervose. Particolarmente coinvolgenti ed applauditi sono stati gli interventi di danza da parte di Daniel Navarro.

Su altri due pianisti presenti a Umbria Jazz Winter, accomunati dall’età avanzata, vale la pena di soffermarsi: Renato Sellani e Stan Tracey. Occasione rara quella di ascoltare in Italia il pianista londinese (ottantacinque anni compiuti al festival), che rappresenta un pezzo di storia non solo per motivi anagrafici, ma anche perché il suo pianismo di classe stagionata racchiude in sé molto del nostro passato jazzistico, costituendo tutto sommato un’anomalia nel panorama attuale.
Se nelle sue collaborazioni con i colleghi britannici degli anni Sessanta e Settanta tendevamo a cogliere la componente innovativa ed europea, nelle apparizioni di oggi emerge in modo straordinario l’influenza di Monk. Nei concerti orvietani, in cui Tracey era sostenuto dal figlio Clark alla batteria e dal contrabbassista Andrew Cleyndert, entrambi efficaci, tutto nel suo pianismo (il tocco, il periodare, le spaziature, gli accordi, l’alternanza fra una ricerca obliqua e frasi giocose e stralunate) ha configurato una personale attualizzazione, solida e fresca, convinta e convincente, dell’insegnamento del grande Monk. Ciò è risultato particolarmente evidente nel concerto pomeridiano interamente dedicato al repertorio monkiano.

Se Tracey ha rappresentato una novità assoluta, Sellani (ottantasei anni l’8 gennaio) impersona una presenza costante e gradita, quasi emblematica, del festival umbro. Nei quattro concerti alla Sala Expo del Palazzo del Popolo il pianista ha interpretato repertori sempre diversi con quella sensibilità melodica, quel gusto per gli abbellimenti e le variazioni, quel tocco di ironia scanzonata, quell’intreccio fra detto e non detto che gli sono propri. Semmai rispetto a qualche anno fa si può forse rilevare una diteggiatura più decisa, un atteggiamento più positivo e diretto, meno divagante.
Al suo fianco i fedelissimi Massimo Moriconi e Massimo Manzi, due strumentisti di grande esperienza, oggi un po’ dimenticati dagli addetti ai lavori forse perché identificati con un ambito jazzistico canonico. Eppure l’equilibrio del loro fraseggio e del loro sound sarebbe decisamente da rivalutare.

Nel pomeriggio in cui si è omaggiato Monk, al trio di Stan Tracey ha fatto seguito la Lydian Sound Orchestra, che ha riproposto la scaletta del famoso concerto dell’ampia formazione di Monk alla Town Hall. L’organico diretto da Riccardo Brazzale e comprendente ottimi solisti ha raggiunto negli ultimi anni una completa maturità. Al suo interno vigono compattezza e rilassatezza insieme, la giusta enfasi e il dovuto rigore; la grande professionalità e l’affiatamento fanno sì che la routine sia scongiurata. A Orvieto la loro interpretazione di Monk è stata viva, attuale, a tratti trascinante. Tutti gli strumentisti hanno usufruito di mirati interventi solistici: fra tutti citerei quelli sorprendenti per struttura e sound del trombettista Kyle Gregory e quelli essenziali, non pedissequamente monkiani, del pianista Paolo Birro.

Un poker di concerti, con formazioni sempre diverse, era riservato quest’anno a Paolo Fresu. In uno di questi, che però non ho potuto ascoltare, il trombettista sardo era ospite appunto della Lydian Sound Orchestra. In un altro, “Scores!,” ha invece riproposto la collaborazione con il Quartetto d’archi Alborada. Dall’iniziale “Miserere,” tratto dalla tradizione sarda, fino all’interpretazione di “Fratres” di Arvo Pärt, il concerto ha avuto un andamento unitario, un carattere meditativo incentrato su un insistito misticismo, sia religioso che laico. Nel finale questa impostazione non è stata del tutto disattesa, ma ha assunto le movenze più briose e mosse di “Memory” e “Cowboys and Indians,” scritti entrambi da Uri Caine.
Diversa e notevole l’apparizione del quintetto ormai definito “storico” (oltre al leader, Tino Tracanna, Roberto Cipelli Ettore Fioravanti e in questa occasione Enzo Pietropaoli, in sostituzione dell’indisponibile Attilio Zanchi). Una formazione che non si dovrebbe mai dare per scontata, perché la sua esperienza quasi trentennale, lo sterminato corpus di brani in repertorio e soprattutto la caratura dei suoi membri e l’affiatamento che li lega consentono che ogni set faccia storia a sé, evitando di arenarsi nella ripetitività. A Orvieto è risultato palpabile il rilassato interplay che regna nel gruppo; fra gli interventi solistici hanno svettato quelli di Tracanna, mentre Pietropaoli si è mostrato all’altezza della situazione, inserendosi con intelligenza e leggerezza.

“Crittograph,” l’ultimo e più singolare dei quattro concerti sostenuti da Fresu, ha visto riuniti insieme il Quintetto storico e il Quartetto Alborada. I brani in repertorio (una rivisitazione pucciniana a fianco di temi scritti dai membri del quintetto) si avvalevano degli arrangiamenti di Giulio Libano, oggi ottantottenne, uno degli artefici della canzone d’autore degli anni Sessanta. Tutto sommato il progetto può essere rubricato fra gli esperimenti di “jazz with strings,” che pare stessero tanto a cuore anche a Charlie Parker. Ecco allora le parti totalmente scritte per gli archi, chiamati a saldarsi soprattutto con piano, contrabbasso e batteria, usati in modo molto soft, oppure a costituire un sottofondo morbido e avvolgente per gli assoli del leader.
Il connubio fra le due componenti ha avuto modo di svilupparsi prevalentemente sui tempi lenti e le atmosfere calde delle ballad. Tanto è vero che il quartetto d’archi non è stato chiamato in causa in un brano mosso come “Lucania,” di Zanchi, in cui è previsto un serrato scambio di battute fra flicorno e soprano, ed anche nel boppistico “Crittograph,” brano scritto da Fioravanti e scelto paradossalmente per dare il titolo al progetto. Particolarmente riuscita si è rivelata la versione del canto sardo “No potho reposare,” per il tema suadente, per l’arrangiamento leggero e danzante; in questo caso si è avvertita una salda compenetrazione fra i due gruppi che compongono il nonetto.

Oltre a “Crittograph,” la serata conclusiva del festival ha presentato “Il bidone,” omaggio a Nino Rota da parte del settetto di Gianluca Petrella. È stata questa la terza volta che ho assistito alle performance di questo gruppo, ricevendone impressioni sempre diverse, a dimostrazione del fatto che nel jazz, come sostenevo all’inizio, le sensazioni dipendono dalle singole esibizioni e situazioni. A Novara Jazz nel giugno scorso ebbi la rivelazione sorprendente di un progetto di grande originalità ed urgenza creativa. A Ravenna Jazz, in ottobre, il concerto mi sembrò fiacco e demotivato. A Orvieto è emersa la professionalità di uno spettacolo organizzato con efficienza, capace di amministrare le stratificazioni e gli spessori delle tematiche e degli sviluppi, che hanno incastonato i funzionali interventi di tutti i membri del gruppo. Professionalità e grande impatto dunque, non il geniale fermento che avevo colto all’esordio di questo progetto.
Foto di Riccardo Crimi.

 

 

 

 

 

 

 

Gonzalo Rubalcaba – “Fe – Faith” di Daniela Floris, 4 maggio 2011 in I nostri CD e Recensioni.

Gonzalo Rubalcaba – “Fe – Faith” « A proposito di Jazz, di e con Gerlando Gatto – Jazz italiano, jazz svedese, concerti

C’è tutto Rubalcaba, la sua cultura, la sua sensibilità, la sua storia rielaborate, rese essenziali, in “Fe – Faith”. Come  Gerlando Gatto  aveva sottolineato in occasione dello splendido concerto in piano solo all’ Auditorium Parco della Musica, in cui Gonzalo aveva suonato proprio brani quasi tutti provenienti da questa sua ultima fatica, questo è un cd che non si ha esitazione a definire poetico. Momenti lirici, ricordi intensi di studi intrapresi e di musica ascoltata e profondamente amata, un altalenare tra episodi musicali terreni e voli mistici, quello che colpisce è che questo grande artista è da solo con se stesso e decide di affrontare la lettura di sé con tutti i propri mezzi espressivi, che sono infiniti e potenzialmente componibili tra loro in molteplici varietà di colori, suggestioni, frasi e atmosfere.

 

C’e’ il proprio passato che è stato così intimamente metabolizzato da potergli scorrere tra le dita come un gioco, rimanendo allo stesso tempo però vivo ed importante: è improvvisazione libera ma su stilemi fortemente personali, cosicché anche coltissimi trilli, mordenti e cadenze classiche (che hanno fatto parte degli studi di Rubalcaba) diventano materiale tutt’ altro che vetrificato (ad esempio in “Joao”), perché non c’è nulla di freddamente intellettuale o semplicemente “citato” come semplice tappa di un percorso cronologico.

Spesso la mano destra è cristallina, lirica, quasi sognante e si contrappone ad una mano sinistra ostinata o atonale, molto essenziale. In questi casi l’ improvvisazione appare emotivamente alla ricerca dell’ atmosfera, del suono, di una vera e propria ispirazione che a tratti appare quasi voler essere mistica, ultraterrena (Maferefun lya Lodde me).

C’è anche il jazz a cui Rubalcaba è saldamente legato: “Con Alma” di Gillespie, in due versioni, è destrutturata, ma solo apparentemente, perché in realtà ne viene tenuta con grande maestria l’ essenza vera. Vengono in mente le sapienti pennellate di un’ opera espressionista, che sono quelle essenziali che l’ artista sa scegliere per colpire l’ animo di chi di quell’ opera fruirà.

C’è lo swing, accennato ma evidente (“Improvisacion 2”), ci sono momenti “accordali” molto intensi, articolati sulla parte centrale della tastiera, che danno luogo a suoni scuri in un crescendo drammatico di volumi e vibrazioni e sonorità stavolta tutt’ altro che accennate molto “terrestri” (“Preludio Corto”), e c’è anche una componente che sembrerebbe quasi nostalgica: “Blue in Green” (che ha come riferimento la celeberrima versione di Miles Davis e Bill Evans), è accennata poeticamente quasi come fosse un ricordo che emerge in Rubalcaba, aprendone un varco emotivo, ed al quale l’ artista concede uno spazio commosso, carezzandone amorevolmente piccole parti melodiche ed armonica. E non manca neanche Cuba (“Oro”), criptica ed essenziale, ma riconoscibile.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma forse si toglierebbe la possibilità a chi decide di ascoltare questo cd di trovarne il senso, che forse non è uno solo, talmente impalpabile ne è la materia musicale.

 

Gonzalo Rubalcaba piano solo Auditorium Parco della Musica – 27 gennaio 2011 ore 21, Sala Sinopoli di Daniela Floris foto di Daniela Crevena

Gonzalo Rubalcaba piano solo Auditorium Parco della Musica – 27 gennaio 2011 ore 21, Sala Sinopoli

di Daniela Floris foto di Daniela Crevena

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Gonzalo Rubalcaba è uno di quegli artisti di cui si può delineare un vero e proprio percorso poetico negli anni. Un percorso graduale, segno di una musicalità sempre in divenire, di una ricerca individuale che, però, non ha come fine il “venire a patti” tra l’essere cubano e l’essere jazzista in senso stretto. Non tende un volontario e strategico superamento della componente “latin”, ma piuttosto sembra parlare di uno studio espressivo scaturito dalla necessità vera e propria di estrapolare dal pianoforte un linguaggio sempre più vicino alla propria evoluzione interiore e poetica.

Così all’ Auditorium Parco della Musica è salito sul palco un Rubalcaba ancora diverso da quello che il suo pubblico affezionatissimo si era appena – probabilmente – abituato ad ascoltare: tracce melodiche appena riconoscibili, armonie dissonanti o sottintese, volumi tenui, accordi atonali o ostinati alla mano sinistra e affascinanti e ricchi ricami della mano destra che racchiudono nascosti temi di standard molto noti (come “El Manisero“) ma appena percettibili.

Un concerto, bisogna dirlo subito, non facile, per nulla didascalico o rassicurante, perchè tutto teso ad un nuovo linguaggio, nel quale il Rubalcaba di ieri non è totalmente scardinato, piuttosto tenuto fortemente in piedi come “impalcatura”, “scheletro” di un corpo musicale che cambia. Così il pubblico ha assistito ad un concerto “meditativo”, in cui o ci si concentrava molto per cercare di ricostruire il sottinteso, o ci si lasciava andare senza condizionamenti ad una sonorità nuova, godendosela fino in fondo. Ne è scaturita una musica profondamente espressiva, proprio perchè non facile, a tratti persino criptica, se vogliamo, ma tutt’altro che forzatamente “intellettualistica” come ultimamente sempre più spesso capita di ascoltare in progetti musicali resi superficialmente ed esteriormente difficili per avvalorarne un presunto “alto livello artistico”.

Rubalcaba con il suo piano solo ha fatto un lavoro di limatura e di sfrondamento di ogni orpello melodico armonico, procedendo con frasi spezzate, evocative, a tratti astratte, con accordi che, se presi nella loro interezza tonale, sono durati pochi secondi, giusto per agganciare l’attenzione, e poi si sono dileguati in tocchi anche virtuosistici, ma certo non tesi a stupire. Ha destrutturato lasciando solo le tracce della originaria orecchiabilità dei brani, ma riavvicinandosi talvolta con accenni poetici ad un tocco cubano che, come si diceva, non e’ stato affatto totalmente dimenticato. A volte gli incipit sono sembrati piccole danze settecentesche o mozartiane, le mani sulla tastiera hanno accennato ma non descritto, dando rapide concise ma indicative spennellate e la sensazione e’ stata quella di partecipare, come pubblico, attivamente a quella musica, perchè da quelle spennellate chi ascolta deve ricostruire da sè un’impressionistica immagine sonora.

Rubalcaba dunque ha lasciato poco spazio ad una emotività scoperta o smaccata, non ha concesso un rilassante viaggio nel latin-jazz, o nel jazz, ma ha portato il pubblico a fare un passo ulteriore verso una sonorità evoluta eppure davvero molto, molto emozionante.

 

E’ proprio vero: con Rubalcaba il jazz diventa poesia

Gonzalo Rubalcaba e Gerlando Gatto (foto di Daniela Crevena)

Gonzalo Rubalcaba e Gerlando Gatto (foto di Daniela Crevena)

Il concerto del 27 gennaio all’Auditorium di Roma

Quando mi trovo a recensire un concerto o un disco di Gonzalo Rubalcaba ho sempre paura che il mio giudizio venga in qualche modo influenzato dalla lunga e bella amicizia che ci lega da quando lo conobbi, durante il Festival della Martinica, nell’oramai lontano 1991  quando lì era già considerato un eccellente pianista mentre in Europa lo si conosceva poco. Così, pochi giorni fa, presentando il concerto di Gonzalo all’Auditorium di Roma del 27 gennaio titolai il pezzo “Gonzalo Rubalcaba quando il jazz diventa poesia”… e mai titolo fu più profetico.

In effetti Gonzalo ha regalato al pubblico romano una prestazione di altissimo livello, nonostante un viaggio non proprio dei migliori: avendo perso l’aereo è arrivato a Roma via treno alle 17,30; quindi giusto il tempo di fare il sound check (accurato come sempre) e poi via sul palco senza avere avuto il tempo di recarsi in albergo per rilassarsi un po’. Elegante nel suo abito nero e cravatta azzurra, Gonzalo si è seduto al pianoforte e dopo un attimo di concentrazione ha deliziato i palati più raffinati per più di un’ora e mezzo di piano-solo.

Nonostante segua Gonzalo oramai da tanti anni, mai l’avevo visto suonare così “classico”; perfetto financo nella postura, Rubalcaba  ha evidenziato tutta la sua straordinaria sapienza pianistica. Dotato di una tecnica strabiliante, frutto di lunghi anni di studi anche classici, il musicista cubano oramai ha raggiunto un grado di maturità tale che gli consente di esprimersi al piano come le condizioni del momento gli dettano. Così dalla sua arte è quasi scomparso ogni evidente richiamo alla cultura cubana intesa come valorizzazione soprattutto del lato ritmico dell’espressione musicale. Rubalcaba è perfettamente in grado di sciorinare un pianismo virtuosistico scaricando sull’ascoltatore cascate di note, per altro sempre ben equilibrate, ma a Roma si è ben guardato dal farlo. Viceversa si è espresso con un pianismo assai interiorizzato, in cui ogni nota aveva il suo peso specifico e con una indipendenza tra le due mani degna del grande artista qual è, un pianismo a tratti classicheggiante con riferimento all’impressionismo di Debusy.  Quindi niente funambolismi, niente ritmi trascinanti ma una rilettura di ogni brano dall’interno: gli standards venivano come sminuzzati, rielaborati fin nelle pieghe più intime e riproposti al pubblico in modo quasi irriconoscibile a dimostrazione del fatto che il pezzo serviva solo come dato iniziale da cui spiccare una sorta di viaggio onirico di cui egli era il gran sacerdote e il pubblico gli adepti. Straordinaria al riguardo l’interpretazione del celeberrimo “El manicero”  in cui ogni elemento – ritmo, melodia, armonia – era completamente stravolto per giungere ad un qualcosa di nuovo assolutamente personale.

Certo un pianismo del genere può lasciare freddino chi non è abituato ad ascoltare con attenzione o chi nelle performances cerca anche il lato spettacolare (gags, mugolii, contorcimenti sulla testiera, effetti speciali) cose del tutto assenti nello spettacolo di Gonzalo che si è presentato al pubblico semplicemente per quello che è: un grandissimo musicista alla continua scoperta anche di sé stesso.


Gonzalo Rubalcaba, quando il jazz diventa poesia

Gonzalo Rubalcaba, quando il jazz diventa poesia Redazione, 24 gennaio 2011 in Appuntamenti. Gonzalo Rubalcaba Giovedì 27 all’Auditorium Parco della Musica di Roma Grande jazz all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Giovedì 27 per il ciclo Solo si esibirà il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba, il cui album “Gonzalo Rubalcaba SOLO” si è aggiudicato due Latin Grammy Award. Il suo repertorio spazia dal bop al jazz afro-cubano, dalle ballate tradizionali ai boleri cubani e messicani, in una varianza di atmosfere sola dei grandi artisti. In effetti Gonzalo ha raggiunto oramai un tale livello di maturità espressiva e di padronanza tecnica da essere giustamente considerato tra i migliori pianisti jazz attualmente in esercizio sui palcoscenici internazionali.

Attratto in pari misura anche dalla batteria, all’inizio della sua carriera Gonzalo studia sia quest’ultima sia il pianoforte. La sua formazione classica inizia presso il Conservatorio “Manuel Saumell” all’età di 9 anni, dove infine si decide per il piano; prosegue poi il suo percorso presso il Conservatorio “Amadeo Roldan” per poi, da ultimo, ottenere il diploma in composizione presso l’Havana’s Institute of Fine Arts nel l983. All’epoca Gonzalo si esibisce già presso i club e le sale da concerto dell’Havana; nel 1985 si presenta con il proprio Grupo Projecto al North Sea e Berlin Festival. Dal 1986 Gonzalo inizia ad incidere per l’etichetta tedesca Messidor di Francoforte, portando a termine tre prestigiosi album con il proprio Cuban Quartet: Mi Gran Pasion, Live in HavanaGiraldilla.

 

Del 1986 si ricorda il suo incontro fortuito a l’Havana con il bassista Charlie Haden. Grazie a quest’ultimo viene notato dal presidente dell’etichetta Blue Note Records, Bruce Lundvall, dando così il via ad una collaborazione, dapprima con Toshiba/EMI in Giappone ed in seguito con la Blue Note negli Stati Uniti, che porta alla pubblicazione di ben 11 dischi. Questi sodalizi valgono a Gonzalo in quello stesso anno (2002) sia un Grammy Latino come Album Jazz dell’anno per Supernova, nonché un Grammy per la co-produzione con Charlie Haden di Nocturne, una raccolta apparsa per Verve di boleri e ballate cubani e messicani. In aggiunta a questi riconoscimenti, Gonzalo vanta al suo attivo 8 nomination ai Grammy, tra cui 4 come Album Jazz dell’anno.

A Roma, come si accennava in apertura, si esibirà da solo, una dimensione a lui particolarmente congeniale, una dimensione in cui a trarre dal suo pianismo le infinite raffinatezze di cui è capace.

Gonzalo Rubalcaba All About Jazz Italia Pubblicato: February 8, 2011

All About Jazz Italia

Sala Sinopoli – Auditorium – Roma – 27.01.2011Il piano solo di Gonzalo Rubalcaba è una sorta di danza del corteggiamento. Né una sfida con lo strumento, né tanto meno un confronto. È un rincorrersi di emozioni, di sottintesi, di aggiramenti volontari. È un volersi avvicinare al nocciolo della questione melodica senza fretta, assaporando ogni istante e ogni movimento dettato dalla fantasia.Forte di una tecnica superiore, di un tocco cristallino – che ascoltato dalle prime file mette in mostra vibrazioni di purezza -, il pianista cubano si è esibito in un’ora e mezza di musica di spessore, colta, ma semplice nella sua grana espressiva, curiosa nel suo incedere a tratti frammentario ma comprensibile, condivisibile.

Dapprima gioca con i silenzi. Esegue movimenti lenti, schematici. È come se cercasse l’ispirazione necessaria da situazioni temporali indefinibili. Poi inizia a disegnare un quadro sonoro colorato, multiforme, ritmicamente avvolgente. Il registro basso viene portanto sempre più in primo piano. Scuro, impenetrabile. La mano destra danza sulla tastiera con leggerezza, precisione, che ti fa venire in mente le ballerine di Degas. Ogni nota ha un suo peso specifico, un suo senso che magari affiora qualche frase più in là, sempre e comunque senza farsi travolgere dalla fretta. Il pubblico è attento, qualcuno si lascia trasportare ad occhi chiusi. Rubalcaba ipnotizza con ellissi di pura sapienza artistica. Di estasi improvvisativa. Di poesia delicata. E poi suda, scarta partiture, accompagna il tutto con timide smorfie. Non trascura un pizzico di serissima ironia.

Alla fine è un caldo abbraccio. Una conquista meritata. Applausi sentiti e un «Thank You» appena sussurrato chiudono un momento sospeso tra classicismo e fantasia, semplicità e arcigna voglia di scavare nelle emozioni.
Foto di repertorio di Roberto Cifarelli.


Bergamo 2009 , Per Daniela Crevena, una ragazza per bene piu seria e piu talentosa….

Gonzalo in Rome January 2011, Per Daniela Crevena

“Gonzalo è semplicemente uno dei più grandi musicisti mai nati”….Al Di Meola

Intervista ad Al DI MEOLA
Blue Note Milano – 29 maggio 2003
di
Vittorio Pio
Si ringraziano per la cortese collaborazione Giuseppe Marini e Pilar Maria Gioia della Warner Music Italy

Al Di Meola, è uno dei più rispettati chitarristi contemporanei, da sempre abituato a mescolare generi e stili, come quando da adolescente passava dai Beatles ad Elvis Presley, passando per il suono nero della gloriosa Motown. La prima svolta avvenne quando si trasferì al Greenwich Village di New York per prendere lezioni di chitarra da Larry Coryell, uno dei capostipiti riconosciuto della cosiddetta fusion. Dopo essere stato tra i migliori allievi della Berklee di Boston, Di Meola nel 1974 venne arruolato da Chick Corea per formare insieme a Stanley Clarke e Lenny White i “Return Of Forever” un’esprerienza breve per quanto di seminale importanza. Da lì in poi la sua carriera solistica spiccò il volo con una serie di fortunate registrazioni, parentesi dorate con artisti del calibro di Paco De Lucia eJohn McLaughlin e qualche inevitabile passo falso.

Oggi sembra un signore tranquillo e più che mai in pace con se stesso. Da qualche tempo ha formato un gruppo stabile e la sua recente settimana milanese al Blue Note ha fatto registrare quasi sempre il tutto esaurito. Alla vigilia del suo ultimo concerto lo abbiamo incontrato per qualche domanda nel tranquillo backstage dell’elegante locale posto in Via Borsieri, ci ha risposto con estrema cordialità:

V.P.: Partiamo ovviamente da Flesh on Flesh, un lavoro che sembra ancora più variegato dei precedenti con un suono molto immediato e diretto, ne è soddisfatto?
A.D.M.: Parecchio. Questo è il mio quarto disco per la Telarc, un etichetta formidabile che mi ha sempre lasciato ampia libertà di scelta. E’ nato a Miami, un posto dove mi piace sempre stare quando non sono in giro. L’ho registrato in presa diretta ai mitici Criteria Studios, un posto che soltanto per la sua storia passata incute suggestione. Ancora di più rispetto al passato il “mood” del disco è pieno di quei riferimenti latini che mi hanno sempre incuriosito. C’è un bell’ambiente in Florida, una sorta di crocevia obbligato per i ritmi e le suggestioni che provengono un po’ da tutto il centro America, non solo quindi Cuba. Il materiale è stato comunque messo a fuoco anche in alcune serate dal vivo suonate in piccoli club dove avevamo la possibilità di testare quanto avevamo appena concordato in studio, quasi l’opposto di quanto avviene di solito.
V.P.: Tra gli ospiti spicca ovviamente il nome di Gonzalo Rubalcaba, dove vi siete incontrati e come mai il suo apporto è stato alle tastiere elettriche invece che al più tradizionale pianoforte?
A.D.M.: Sono stato così contento di avere questa chance di ospitarlo nel mio disco, perché Gonzalo è semplicemente uno dei più grandi musicisti mai nati: davvero difficile far coesistere tecnica, fantasia, passione e velocità di pensiero in una sola testa, ma lui possiede tutto questo ed ancora di più. Ci eravamo incrociati in qualche festival durante gli anni, poi il mio percussionista Gumbi Ortiz mi ha fatto ascoltare alcuni suoi lavori elettrici realizzati insieme al suo gruppo Projecto, materiale davvero incredibile,quindi finalmente l’occasione di suonare insieme in Europa dal vivo, con la promessa di ritrovarsi in studio. L’occasione si è presentata per “Flesh On Flesh” e ne sono ovviamente molto soddisfatto, ha scelto lui di suonare il piano Fender e l’ho lasciato fare. Può sembrare strano dal momento che io sono un musicista di maggiore esperienza e ho avuto altri incontri eccellenti in carriera, ma per me è stata davvero la realizzazione di un sogno.

V.P.: Ha trovato dei punti contatto con Stanley Jordan, il cui funambolico estro fu in qualche modo disciplinato proprio da lei nella produzione del suo debutto discografico per la Blue Note?
A.D.M.: No, siamo su due livelli differenti. Mi ero quasi dimenticato di quella esperienza che affrontai comunque con molto entusiasmo. Anche Stanley è un fuoriclasse, però le sue prospettive apparvero fin dall’inizio differenti. Il suo enorme talento è apparso avvitarsi su se stesso fino ad un progressivo allontanamento dalle scene. So che di recente è tornato in pista con una serie di concerti in solitario, sempre e comunque la sua dimensione migliore, sono sempre dalla sua parte.

V.P.: The Infinite Desire“, che era il suo debutto per la Telarc, ha venduto molto bene anche in Italia anche grazie al bel duetto con Pino Daniele, un brano molto passato anche nei grandi network radiofonici, come ha conosciuto la sua musica?
A.D.M.: Pino è un musicista di grande talento, capace sempre di andare al cuore della melodia. Sapevo di una sua precedente collaborazione con Wayne Shorter (il disco eraBella ‘mbriana n.d.r) e l’ho incontrato proprio tramite Rachel Z., una tastierista formidabile a lungo con Wayne che quest’anno ha suonato dal vivo anche con Peter Gabriel. All’epoca suonava con me in studio. Anche Rachel ha origini italiane e viene spesso qui, sapevo della loro collaborazione e tutto è avvenuto in maniera molto semplice e spontanea, come del resto dovrebbe sempre essere. So che quel pezzo è passato anche molto in radio portando così il disco a sfiorare le diecimila copie, un risultato soddisfacente per cui mi piacerebbe fare qualcos’altro con lui, speriamo bene.

V.P.: Qualche anno fa ha registrato un disco dedicato interamente alle musiche di Astor Piazzolla e spesso inizia i suoi concerti con qualcuno dei suoi brani, pensa che il suo valore sia stato riconosciuto pienamente?
A.D.M.: Nonostante quello che può sembrare la musica di Piazzolla è tremendamente sottostimata. Forse non qui in Europa e particolarmente in Italia, viste le comuni origini latine ma negli Stati Uniti lo è di certo. Io ho passato buona parte della mia adolescenza a Little Italy, dove lui ha invece trascorso gli ultimi anni della sua vita e così diventammo buoni amici. Lui stesso aveva mi aveva proposto di realizzare un disco insieme e sarebbe stato davvero l’ultimo impegno fissato, prima dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Con molta umiltà cerco di preservarne l’eredità suonando la sua musica con molta energia e passione, l’accordion è stato anche il mio primo strumento anche se lo suonavo davvero male.

V.P.: Lei sembra così tranquillo e distaccato, quasi un buon padre di famiglia a cui è capitato “anche” di essere un musicista di successo. Spesso lo stile di vita in questo ambito sembra pericoloso per le numerose tentazioni che propone, distogliendo molti musicisti di talento da quello che dovrebbe essere il loro vero obiettivo. Come ha agito perché tutto questo funzionasse senza altre implicazioni per lei?
A.D.M.: Forse dall’esterno può sembrare ma non è proprio così. Quando suoni per più di 200 giorni all’anno in un posto diverso come si riesce a ipotizzare una vita normale? Gli affetti, la famiglia, quanto hai di più caro finisce inevitabilmente con soffrirne. Adesso siamo finalmente a Milano per cinque giorni di seguito, ma proveniamo da un tour abbastanza duro di altre cinque settimane in giro per l’Europa, poi tornerò a casa per dieci giorni, prima di ricominciare per un altro mese buono. Intendiamoci suonare ed essere accolti bene dovunque vai rimane sempre un privilegio assoluto, però bisogna avere davvero un carattere forte per continuare a farlo negli anni.

V.P.: Da qualche parte si mormora che il suo prossimo progetto potrebbe essere un disco molto più soffice, quasi pop…è vero?
A.D.M.: E’ una cosa alla quale sto lavorando da un po’ di tempo e potrebbe essere vero, non lo nascondo. Mi piacerebbe fare un disco di dirhythm and blues con delle cantanti, ma non ho ancora trovato esattamente ciò che ho in mente, la maggior parte dei nuovi personaggi in quell’area come Shakira e Ricky Martin non hanno ovviamente il mio gradimento, trovo molto più interessanti molti dei passati lavori diGloria Estefan, che però aveva in Kiki Santander un fantastico produttore.

V.P.: Nessuna possibilità invece per una ricomposizione dei Return Of Forever o del magnifico triumvirato con De Lucia e McLaughlin?
A.D.M.: Chick sembra ora in una fase così diversa della sua carriera da sembrare improponibile. Non è più tempo di sperimentazioni e anche l’ambiente in generale è assai diverso. Con Paco e John ci siamo ritrovati qualche anno fa per una piccola reunion che ha portato a un disco e successivo tour che abbiamo affrontato con il necessario feeling, poi ognuno è stato assorbito dalle sue cose e non se ne è più parlato, io ci spero sempre, chissà magari la prossima volta torniamo insieme qui al Blue Note…

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