Archive for the ‘Italian Language’ Category

A UJ14 LE “METÀ” ARTISTICHE DI HIROMI, MICHEL CAMILO E GONZALO RUBALCABA – CARLO VANTAGGIOLI — 18 LUGLIO 2014

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**The following article mistakingly attributes Gonzalo Rubalcaba’s dedication of his performance at Umbria to Johnny Winter. Although we all lament the passing of the great blues/rock guitarist, it must be clarified that Gonzalo dedicated his performance to Charlie Haden. Charlie was instrumental in Gonzalo’s sucess and was a very dear friend.  

Umbria Jazz Festival 2014

Gonzalo Rubalcaba viene considerato da alcuni critici, e non a torto, uno tra i più grandi pianisti jazz contemporanei viventi. Nella sua carriera ci sono anche 8 nomination ai Grammy, che non sembrano essere davvero poca cosa per un artista. Il suo tratto caratteristico è l’umanità e la forte partecipazione emotiva delle sue esibizioni, sempre frutto di nuovi progetti. Appena terminata la fase decisamente poetica ed intima suonata in trio, ecco aprirsi quella nuova e scoppiettante di Volcan, il nuovo album dedicato ai 4 elementi, terra, aria, vento e fuoco. Per questo nuovo lavoro, la formazione scelta da Rubalcaba è quella del quartetto con protagonisti del calibro di Horacio ”El Negro” Hernandez alla batteria, Jose Armando Gola al basso sei corde e Giovanni Hidalgo alle percussioni.
Senza mai abbandonare le tradizionali sonorità della terra di origine, il pianista cubano mette in scena tutta la capacità compositiva del jazzista di rango, usando il pianoforte ma anche la tastiera elettrica. Impressionante la differenza di tocco rispetto a Hiromi e Camilo. Rubalcaba vola e non da la sensazione di “pestare” i tasti per ottenere un suono deciso e potente, rimanendo comunque incollato alla tastiera in tutti suoi passaggi più complessi. Volcan è un lavoro molto interessante ed ha delle idee compositive che lo rendono del tutto originale, come i vorticosi cambi di passo tra accenni di son cubano e assoli di puro stampo jazzistico. Pur sempre metà e metà, a quanto pare.
L’animo nobile di Rubalcaba trova spazio nel concerto per una dedica a  Johnny Winter** , l’albino del rock scomparso ieri a 70 anni.
Nel complesso il pubblico di Perugia è soddisfatto ed applaude con partecipazione, andando fin sotto il palco, come ancora non ci era capitato di vedere in questa edizione.

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Volcan Live at the Umbria Jazz Festival in la Bella Italia… Photos by David Morresi

Volcan al Blue Note di Tokyo – AgoraVox Italia

Volcan al Blue Note di Tokyo

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Una pioggia incessante, non a scrosci ma fastidiosa, non riesce in alcun modo a frenare o rallentare la silenziosa vita notturna di Tokyo. Nel lussuoso locale ricavato da un piano interrato, che riprende in più parti il logo della celebre etichetta americana, i tavolini in legno sono tutti lunghi e stretti e riproducono in rilievo ognuno un paio di titoli famosi, per la gioia dei collezionisti, che per un’edizione originale possono arrivare a spendere cifre non impossibili, seppur molto alte.

Due set quotidiani, il primo alle 19, il secondo alle 21 e 30, durante i quali si può bere, cenare e magari ritrovarsi assieme ai colleghi d’ufficio dopo una lunga giornata di lavoro. Le luci e la musica di sottofondo lentamente digradano per lasciar spazio, alle 21 e 35 dell’8 gennaio alla seconda esibizione delsupergruppo ‘Volcan’, il nuovo progetto del pianista e compositore cubano Gonzalo Rubalcaba, che si è spesso esibito al ‘Blue Note’, il cui pubblico dimostra di apprezzare con entusiasmo la musica latina.

Ma lo show si è aperto con un’interessante assolo ad un’arpa diatonica elettrificata di Edmar Castaneda, che ha rivoluzionato lo strumento nello stile, riuscendo a suonare contemporaneamente la melodia, la linea di basso e gli accordi. Colombiano, ha suonato in duo con Charlie Haden, con Chick Corea e, per l’appunto, con Rubalcaba, col quale si sarebbe esibito al Blue Note il 12, a conclusione di quattro doppi set di ‘Volcan’: due al Blue Note (l’8 e il 9) e due al Cotton Club (il 10 e l’11), un locale di Tokyo della stessa catena.

A stretto contatto coi musicisti, il set di Volcan è cresciuto brano dopo brano nell’arco di 70 minuti. Sette i pezzi ascoltati più un inevitabile bis. Rubalcaba alterna come sempre un pianismo delicato, fatto di poche note a creare stacchi e a marcare il tempo di composizioni apparentemente semplici, in realtà dalla complessa esecuzione, ad uno estremamente veloce che si sviluppa, intenso e percussivo, lungo l’intera tastiera, infiammando l’ascoltatore.

Oltre allo strumento acustico ha utilizzato un sintetizzatore Korg che ha riprodotto la sonorità “vintage”del piano elettrico Fender-Rhodes e quelle particolari del Moog. A sostenere e commentare le frasi appena accennate di Rubalcaba, attenta ai suoi rilanci che indicano una variazione ritmica spesso incline al raddoppio, una coppia affiatata: il batterista cubano Horacio ‘El Negro’ Hernandez e il percussionista puertoricano Giovanni Hidalgo.

Il primo, mescolando il Jazz col Rockil Funk e la tradizione cubana, ha creato uno stile di drumming latino, personale, tecnicamente immerso nelle figurazioni basilari dell’isola tropicale. Massima attenzione alla clave, mantenuta con un pedale – generalmente un 2-3 spesso in levare – affidato al piede sinistro che lo alterna o lo asseconda allo Hi-Hat, il doppio piatto che si apre e si chiude. Molti Tom melodicamente intonati, un buon numero di piatti sospesi ed un gusto nello scomporre il ritmo iniziale, che prosegue anche nei solo, ovviamente più intensi e fantasiosi ma che sempre sviluppano una stringata base di partenza.

Definito da molti colleghi, “tocado da la mano de Dios”, “toccato dalla mano di Dio”, Hidalgo si siede nel mezzo di un semicerchio di sei tumbadoras, dalle pelli assai tirate, che variano timbricamente dai suoni acuti a quelli bassi. Spostandosi lateralmente alla sua sinistra, percuote a volte una coppia di timbales, probabilmente per segnalare l’inizio di una particolare struttura figurativa. Per i temi lenti e sentimentali, utilizza invece una coppia di bongos.

Compagni da tempo – qualche anno fa avevano inciso per la ‘Incipit records’ un ottimo lavoro di sola percussione Traveling through time – i due musicisti hanno approfondito l’arte dell’improvvisazione, del dialogo tra pelli, che costituiva l’idea di partenza di quel CD. Nei brani eseguiti, ciò che sorprende è la bravura a mutare il tempo con facilità, passando da un medium a un veloce in estrema rilassatezza, a mantenere la coordinazione dopo numerosi spezzettamenti dovuti a stacchi di cui abbondano brani come quello d’esordio ‘Volcan’.

Tra i pezzi non originali è piaciuta una romantica versione di Corsario, forse un omaggio da parte di Rubalcaba a Joao Bosco, il cantautore e chitarrista brasiliano, col quale aveva partecipato ad un tour nella seconda metà degli anni ’90, passato anche per il teatro Goldoni di Venezia. E ancora ‘Salt peanuts’, il ritmico, scattante brano di Dizzy Gillespie, che nel 1988 volle con sé Hidalgo per un tour in Africa in sestetto e poi nella ‘Dizzy Gillespie United Nations Jazz Orchestra’.

La percussione di Hidalgo è particolare, oltre che per la precisione, per un approccio batteristico – è capace, ad esempio, di sviluppare con espressività la figura del paradiddle– sulle pelli colpite dalle mani nude. In mezzo, a tenere in piedi un discorso spesso sul filo del rasoio tra il piano e le percussioni, l’elegante, preciso bassista cubano Armando Gola. Ha usato un basso fretless a 6 corde, dal suono meno elettrico, più morbido e pastoso rispetto a quello dello strumento normale a 4 corde, ritagliandosi frequenti assolo melodici, che davano modo, soprattutto ai percussionisti, di rifiatare.

Un bel concerto, perfetto per un locale di medio-piccole dimensioni, che consente un contatto immediato, amichevole e stimolante anche per i musicisti. ‘Volcan’ è stato lo scorso inverno per una sola data a Torino, nella stessa formazione, eccetto un diverso batterista rispetto ad Hernandez. È auspicabile un ritorno, magari primaverile-estivo, per una serie di appuntamenti all’aperto, in contesti artistici ed acustici adatti a svelare tutto il bello che questo quartetto ancora nasconde dentro di sé.

Moncalieri Jazz Festival La rassegna propone alle Fonderie Teatrali Limone giovedì 14 “Volcan”, quartetto cubano con Gonzalo Rubalcaba (pianoforte), Horacio Hernandez “El Negro” (batteria), Armando Gola (basso) Anthony Carrillo (percussioni).

Moncalieri Jazz Festival

LYSBIM0U2984-kZpG-U10201022805066uaB-330x185@LaStampa.itLa rassegna propone alle Fonderie Teatrali Limone giovedì 14 “Volcan”, quartetto cubano con Gonzalo Rubalcaba (pianoforte), Horacio Hernandez “El Negro” (batteria), Armando Gola (basso) Anthony Carrillo (percussioni).

Il momento più atteso del Moncalieri Jazz Festival partirà poi giovedì 14 novembre con Volcan …..

MONCALIERI – . Il momento più atteso del Moncalieri Jazz Festival partirà poi giovedì 14 novembre con Volcan del quartetto cubano formato da Gonzalo Rubalcaba (pianoforte), Horacio Hernandez “El Negro” (batteria), Armando Gola (basso) and guest Anthony Carrillo (percussioni) per la loro unica data italiana. Più…..MoncalieriJazz105.

Moncalieri Jazz 2013 (16° edizione)

 

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Il clou del Moncalieri Jazz Festival partirà poi giovedì 14 novembre con Volcan del quartetto cubano formato da Gonzalo Rubalcaba (pianoforte),Horacio Hernandez “El Negro” (batteria), Armando Gola (basso) and guest Anthony Carrillo (percussioni) per la loro unica data italiana. più…

Jam Magazine- Viaggio Nella Musica- Incontri Visti Da Vicino – RAPSODIE RADICALI – Il pianista Gonzalo Rubalcaba alla corte di Al Di Meola Per GIAN FRANCO GRILLI

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RAPSODIE RADICALI
Il pianista Gonzalo Rubalcaba alla corte di Al DiMeola

Cubano, 50 anni (ma ne dimostra meno di40), otto nomination ai Grammy, circa trenta album, Gonzalo Rubalcaba è assieme al gigantesco Chucho Valdés uno dei grandi innovatori del pianismo jazz di scuola afrocubana. La forza portento sa della sua mano sinistra, un formidabile senso ritmico e un superbo modo di fraseggiare lasciarono a bocca aperta Dizzy Gillespie e Charlie H aden, di passaggio per Li \ vana a metà anni ’80. Da quel momento si è aperto un cammino folgorante e inarrestabile per il musicista avanero, che si è mosso nei più diversi contesti musicali collaborando in modo trasversale con i grandi della musica internazionale. Ora ama dialogare con la chitarra virtuosa di Al Di Meola, con il quale prima dell’estate si esibito in Italia, a Vicenza jazz.

Hai suonato con tutti i più importanti nomi della musica e in modo trasversale. Com’è iniziata la collaborazione con Al DiMeola? «Lui è sempre stato interessato ai musicisti cubani, conosce bene i nostri ritmi, dal guaguanc6 al bolero, l’ho sempre ammirato. La collaborazione è scattata ai tempi di Pursuit DJ Radica/ Rhapsody quando DiMeola mi chiese di raggiungerlo nello studio di Miami dove stava registrando. Lì, su due piedi sono stato coinvolto nella realizzazione del cd. Dopo l’uscita dell’album abbiamo incominciato a fare concerti con la sua band, apparivo come ospite suonando non più di cinque brani. Poi, da poco più di un anno, abbiamo deciso di suonare in duo le musiche del disco».

Oltre al virtuosismo, esiste un altro punto in comunetra te e Al: i timbales. Li suonavi con l’orchestra di tuo padre Guillermo, mentre Di Meola negli anni ’70 si divertiva con le bacchette a disegnare grappoli di doppi colpi e rim shot … «Francamente non ci avevo mai pensato, ma è vero. Sono stato batterista, ma suonavo anche i timbales, che a Cuba chiamiamo pailas».

Qual è il tuo contributo al duo? «Quasi tutte le composizioni in scaletta sono di Al DiMeola. Assieme cerchiamo di condensare, con piano e chitarra, gli strumenti impiegati in Pursuit Of Radical Rhapsody, e allo stesso tempo forgiare un nuovo linguaggio mescolando jazz a stili e accenti ispanoamericani, senza rinunciare alle nostre specificità. Nel concerto si spazia molto, dal Double Concerto di AstorPiazzolla ai Beatles; in mezzo c’è un momento in cui Al suona da solo e un altro tutto per me dove eseguo mie composizioni e classici di musica cubana … ».

Hai citato i Beatles: che ne pensi dell’omaggio di Al DiMeola?  <<All Your Life – è un bel tributo, un lavoro all’altezza dei migliori di Al>>

Veniamo ai tuoi progetti. Che novità in arrivo? «Ho inciso un disco coi Volcan, il quartetto con Horacio “El Negro” Hernandez alla batteria, Giovanni Hidalgo alle percussioni e il contrabbassista Armando Gola. L’album presenta quattro brani miei, due brasiliani, cioè Corsari o di joao Bosco e Ano nova di Chico Buarque, che scrisse nel 1967 e mi piace per come è trattata la melodia e per le parole. Così ho voluto regi strame una versione strumentale con un mio arrangiamento
per quartetto. Infine c’è un omaggio a Dizzy Gillespie con una mia versione un po’ ribelle di Salt Peanuts [il disco uscirà in autunno]».

È la prima reunion con Horacio “El Negro”? Con un duo percussionistico così vertiginoso immagino che il disco sia un mix pazzesco di ritmi afrocaraibici e di piano jazz … «A parte un laboratorio musicale nei pressi di Barcellona di circa sei anni fa, sì, questa è la prima volta che mi ritrovo con Horacio per una produzione discografica dal lontano 1990, quando lui cessò la collaborazione con il mio Grupo Proyecto. Beh, l’aggettivo vertiginoso calza a pennello, non mi risulta che nel mondo sia mai esistito qualcosa di tale livello tecnico ed espressivo: in due suonano come dieci percussionisti. Sono molto entusiasta di aver lavorato con questi artisti e del risultato di questo progetto».
GIAN FRANCO GRILLI

SUONI SENZA CONFINI
L:ultimo album di Rubalcaba è Century XXI (2011). ma ha già inciso un album col quartetto dei Volcan, ovvero Horacio “El
Negro” Hernandez (batteria), Giovanni Hidalgo (percussioni) e Armando Gola (contrabbasso).

Crossroads, tanta l’attesa per il concerto di Gonzalo Rubalcaba – Inffoggi – 21 APRILE 2013

gonzPIACENZA, 21 APRILE 2013 – L’edizione 2013 del festival Crossroads, organizzato da Jazz Network e dall’Assessorato alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, passerà una sola volta per Piacenza ma con un concerto tale da lasciare il segno. La kermesse jazzistica itinerante arriverà infatti mercoledì 24 aprile al Conservatorio “G. Nicolini” (inizio ore 21:15), portando con sé il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba, star della musica jazz latina che si esibirà in solitudine. Il concerto è realizzato in collaborazione con il Piacenza Jazz Club, nell’ambito di Piacenza Jazz Fest. Biglietti: intero euro 17, ridotto 14.

Gonzalo Rubalcaba (L’Avana, 1963), dopo un lungo apprendistato nell’ambiente della musica cubana, viene ‘scoperto’ da Dizzy Gillespie nel 1985. L’anno seguente Charlie Haden lo introduce nel reame del jazz, inserendolo nel suo trio con Paul Motian e lanciandone così la carriera internazionale. Rubalcaba si impone immediatamente come pianista capace di coniugare l’universo latin e quello afro interpretandone al calor bianco sia gli aspetti più ritmici e viscerali che le atmosfere più liriche, con una tecnica il cui abbagliante virtuosismo non risulta mai invasivo e una raffinatezza di tocco e di sonorità da far invidia ai più celebrati pianisti classici. Immerso in qualunque contesto strumentale, il suono di Rubalcaba emerge sempre vividamente con la sua classe incomparabile; ma è la situazione in solitudine che permette di ascoltare in maniera rivelatoria la sua magnetica diteggiatura.

I complicati rapporti tra Cuba e gli Stati Uniti hanno ritardato l’ingresso di Rubalcaba nel paese ‘ufficiale’ del jazz, dove comunque alla fine è riuscito a emigrare (e del resto già incideva per la Blue Note, sulla quale ha esordito figurando come leader nelle registrazioni live del trio con Haden e Motian).

Informazioni:
Jazz Network, tel. 0544 405666, fax 0544 405656, e-mail: ejn@ejn.it
website: www.crossroads-it.org – www.erjn.it

Indirizzi e Prevendite:
Conservatorio “G. Nicolini”, Via Santa Franca 35. Biglietteria serale dalle ore 19:30.
Prevendite: Alphaville, Via Tempio 50, sabato mattina dalle 10:30 alle 12:30; Piacenza Jazz Club, Via Musso 5, dal lunedì al venerdì dalle 15:00 alle 19:00.
Informazioni e prenotazioni: tel. 0523 579034, cell.: 348 6969333, www.piacenzajazzfest.it, segreteria@piacenzajazzclub.it (per info), biglietti@piacenzajazzclub.it (per prenotazioni).

Ufficio Stampa Crossroads:
Daniele Cecchini, tel. 348 2350217, e-mail: dancecchini@hotmail.com

Direzione Artistica:
Sandra Costantini

Gonzalo Rubalcaba Trio Pubblicato: January 16, 2012 di Riccardo Crimi “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione” Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Foto Riccardo Crimi

Visit “Umbria Jazz Winter, 19° Edizione”

Teatro Mancinelli – Orvieto (TR) – 29.12.2011

Articulo di Libero Farnè

Collocare un festival jazz a cavallo della festa di Capodanno era all’origine un’impresa rischiosa, quasi impensabile. Con Umbria Jazz Winter, giunto ad Orvieto alla diciannovesima edizione, la fondazione diretta da Carlo Pagnotta ha vinto brillantemente la scommessa, ottenendo un successo di pubblico e d’immagine sempre crescente negli anni. Questa edizione, che ha puntato soprattutto sui pianisti, sul Latin Jazz e in misura consistente sui protagonisti italiani, ha visto forse un calo d’affluenza di turisti in città, ma non di pubblico ai concerti, che hanno registrato quasi tutti il sold out.
Una delle prerogative del festival è quella di offrire un clima festoso e famigliare, dove addetti ai lavori e musicisti hanno varie occasioni di incontrarsi, scambiandosi informazioni e impressioni. La recensione che segue, grazie anche a questo tipo di confronto, intende riportare sensazioni soggettive, anche se meditate, su alcune delle situazioni più significative. Come ho sempre sostenuto il risultato di ogni concerto dipende per metà da chi suona e per metà da chi ascolta, influenzati entrambi dalle condizioni specifiche del contesto.

Personalmente non sono rimasto né convinto né coinvolto da “Memorie di Adriano,” lo spettacolo che ha aperto il festival al Teatro Mancinelli. Alcune canzoni di Celentano e del suo Clan sono state reinterpretate da Peppe Servillo attorniato, come già in analoghe esperienze del passato, da ottimi jazzisti: Fabrizio Bosso, Javier Girotto, Rita Marcotulli, Furio Di Castri e Mattia Barbieri.
Il mondo del cantautore milanese è stato tradotto nelle movenze e negli umori partenopei di un Totò teatral-nevrotico. Gli arrangiamenti fortemente marcati, dovuti di volta in volta a un membro del gruppo, un apprezzabile brano con la pianista in completa solitudine, un assolo pregevole del contrabbassista e la gradazione jazzistica, talora alta, degli interventi dei due fiati non sono stati sufficienti a trasfigurare le intenzioni iniziali, a riscattare il progetto da una certa pesantezza e pedanteria, da un artificioso preconfezionamento.

Di alta qualità emotiva e artistica è stato invece il concerto del duo Giovanni Guidi – Gianluca Petrella che ha aperto la programmazione al Museo Greco. Il sodalizio, nato circa un anno fa ma con poche esibizioni tuttora all’attivo, si regge su un’evidente sintonia umana. Il mondo espressivo del trombonista ha subito un’evoluzione nel tempo; oggi le sue note lunghe e acute, l’uso del vibrato e il senso melodico riescono a raggiungere un lirismo poetico, perfino una serenità, che la scontrosa e imprevedibile aggressività di un tempo non possedeva. Questi momenti di distensione non escludono ovviamente le tipiche accensioni del trombonista, contrastate ed espressioniste.

Appunto per questo funziona a meraviglia il suo rapporto musicale con Guidi, che questi aspetti opposti, di decantato intimismo e di feroce estroversione, li racchiude e intreccia nella sua personalità, nel suo corpus compositivo e nel suo pianismo, che sa coniugare fasi delicatamente evocative e avvolgenti ed altre di aggrovigliata problematicità. A Orvieto è emerso per esempio un sorprendente “Over the Rainbow,” di struggente delicatezza, intonato con una diteggiatura distillata dal piano e con un fil di voce dal trombone sordinato.

Uno degli appuntamenti che caratterizzano Umbria Jazz Winter è il concerto multimediale che viene ripetuto tutti i pomeriggi alla Sala del Carmine, dedicato quest’anno a A Love Supreme di John Coltrane. Rispetto ad altre edizioni è risultata più debole, meno interattiva la relazione fra le immagini montate in veloce dissolvenza da Massimo Achilli e la musica equilibrata e solida proposta dall’apprezzabile trio di Pietro Tonolo, Marc Abrams e Mauro Beggio.

A seguire, l’esperto Enzo Pietropaoli, che negli anni passati era stato l’artefice musicale del progetto multimediale del Carmine, ha guidato il suo quartetto riproponendo il repertorio del CDYatra. Una musica sinuosa e distesa, di nostalgica malinconia, a tratti dalle delicate e sornione inflessioni popolaresche, ha permesso fra l’altro di apprezzare le notevoli doti di due vincitori del Top Jazz 2011 della rivista Musica Jazz: lo stesso leader, impostosi nella categoria “contrabbassisti,” e il trombettista Fulvio Sigurtà, risultato primo nella categoria “nuovi talenti”. Quest’ultimo ha in effetti palesato un timbro nuovo, in parte derivato dagli attuali maestri norvegesi, ma anche il pianista Julian Mazzariello ha firmato ottimi spunti.

Uno dei temi affrontati quest’anno era l’attualità del Latin Jazz, un genere dall’ormai lunga e sfaccettata vita. Ma si sa i generi sono fatti per essere replicati dai mediocri e trascesi dai maestri, che impongono il proprio esclusivo mondo espressivo, maturato in anni d’esperienza. E Michel Camilo è uno di questi. Certo nella sua musica spiccano molti ingredienti latini, come convivono il blues, lo Swing, il tango…, ma nei suoi accordi possenti, nella ricchezza armonica, nella diteggiatura veloce e sgranata, nell’enfasi e nello slancio romantico delle sue interpretazioni c’è anche un approccio da concertista classico. Per questo Camilo è uno dei pochi pianisti di ambito jazzistico capaci di un contrastato spettro dinamico, che spazia da un esile pianissimo ad un poderoso fortissimo. Tutto questo è stato confermato dai concerti solitari di Orvieto, come d’altra parte è pure emerso il ricorso a schemi ben scanditi e plateali.

Nei due set che si sono susseguiti al Mancinelli la sera del 29 dicembre, si è avuto l’opportunità di un confronto diretto fra Camilo, originario di Santo Domingo, e un altro protagonista dell’attuale Latin Jazz (ma certo l’etichetta gli sta stretta), di nove anni più giovane: Gonzalo Rubalcaba, che però si è esibito in trio.
Le differenze si sono rivelate all’istante evidenti: anche Rubalcaba è dotato di una tecnica raffinatissima, di una diteggiatura veloce e di grande sapienza armonica, ma egli rifiuta il fortissimo per privilegiare un basso volume, il registro medio della tastiera e un andamento pensoso, frammentato da pause. Alla tecnica scelta si connette ovviamente un diverso mondo espressivo e poetico. Quanto il pianismo dell’uno è estroverso, perentorio, esplicito, tanto quello dell’altro è intimista e meditabondo; esso lascia intravedere diversi possibili sviluppi, anche se può risultare un po’ uniforme, poco sorprendente. A confronto del tonitruante Camilo, il pianista cubano si è proposto nella veste del poeta ermetico.
Il misurato contributo dei partner, il contrabbassista Matthew Brewer e il batterista Marcus Gilmore, si è dimostrato del tutto pertinente alle intenzioni del leader. Una nota di costume: tutti i membri del trio indossavano un completo grigio, camicia bianca e cravatta scura; penso non capitasse dai tempi del Modern Jazz Quartet.

Nonostante la diversità di approccio alla tastiera, il duo fra Michel Camilo e il nostro Danilo Rea ha funzionato. Certo è stato il primo a imporre una prova muscolare e dalle forti tinte, ma il secondo ha saputo adeguarsi, rinunciando in parte a quella vena confidenziale, persuasiva e citazionista che tanto gli sta a cuore. “Maiden Voyage,” “Besame mucho,” “Blue Monk,” “‘O sole mio,” “Watermellon Man,” “Don’t Stop the Carnival” e altri brani classici hanno fornito il materiale comune su cui misurarsi. Non sono mancati sviluppi un po’ prolissi, ma nel complesso il reattivo interplay dei due ha dato un esito accattivante, per dinamismo, pienezza melodica, sorprese eccentriche.

Oltre che in duo con Camilo, Danilo Rea ha sostenuto altri due concerti: in duo con Flavio Boltro, nella ripresa dei brani del CD Opera (duo e repertorio recentemente recensiti dal festival di Barcellona) e in trio con Ares Tavolazzi e Ellade Bandini, affrontando alcuni temi dei Beatles. Dopo un’introduzione dalla Cavalleria rusticana di Mascagni, un approccio non scontato alle canzoni del quartetto inglese, quasi ricercato al momento, ha dato sviluppi imprevedibili, con insistenze e qualche spigolosità, momenti di discontinuità e citazioni spiazzanti. In definitiva ne è risultata una interpretazione insolita, prudente, quasi di distaccata ritrosia, meno leggiadra, fluida e intrigante di quanto ci si poteva forse aspettare dal pianista romano.

Un’altra autentica sfumatura latina, più precisamente una Spanish Tinge, è stata aggiunta al festival dal pianista di Cadice Chano Dominguez, ascoltato anche a Time in Jazz lo scorso agosto, ma con un diverso repertorio. Il suo anomalo quintetto (una sezione ritmica più un cantante ed un ballerino di flamenco) ha reinterpretato i brani davisiani di Kind of Blue, elevandone alla seconda potenza il carattere spagnolo.
Dominguez si è confermato pianista di lunga esperienza, che tende a incrociare il jazz con la sua cultura d’origine, sia colta che popolare, capace di elucubrazioni compassate e di progressioni nervose. Particolarmente coinvolgenti ed applauditi sono stati gli interventi di danza da parte di Daniel Navarro.

Su altri due pianisti presenti a Umbria Jazz Winter, accomunati dall’età avanzata, vale la pena di soffermarsi: Renato Sellani e Stan Tracey. Occasione rara quella di ascoltare in Italia il pianista londinese (ottantacinque anni compiuti al festival), che rappresenta un pezzo di storia non solo per motivi anagrafici, ma anche perché il suo pianismo di classe stagionata racchiude in sé molto del nostro passato jazzistico, costituendo tutto sommato un’anomalia nel panorama attuale.
Se nelle sue collaborazioni con i colleghi britannici degli anni Sessanta e Settanta tendevamo a cogliere la componente innovativa ed europea, nelle apparizioni di oggi emerge in modo straordinario l’influenza di Monk. Nei concerti orvietani, in cui Tracey era sostenuto dal figlio Clark alla batteria e dal contrabbassista Andrew Cleyndert, entrambi efficaci, tutto nel suo pianismo (il tocco, il periodare, le spaziature, gli accordi, l’alternanza fra una ricerca obliqua e frasi giocose e stralunate) ha configurato una personale attualizzazione, solida e fresca, convinta e convincente, dell’insegnamento del grande Monk. Ciò è risultato particolarmente evidente nel concerto pomeridiano interamente dedicato al repertorio monkiano.

Se Tracey ha rappresentato una novità assoluta, Sellani (ottantasei anni l’8 gennaio) impersona una presenza costante e gradita, quasi emblematica, del festival umbro. Nei quattro concerti alla Sala Expo del Palazzo del Popolo il pianista ha interpretato repertori sempre diversi con quella sensibilità melodica, quel gusto per gli abbellimenti e le variazioni, quel tocco di ironia scanzonata, quell’intreccio fra detto e non detto che gli sono propri. Semmai rispetto a qualche anno fa si può forse rilevare una diteggiatura più decisa, un atteggiamento più positivo e diretto, meno divagante.
Al suo fianco i fedelissimi Massimo Moriconi e Massimo Manzi, due strumentisti di grande esperienza, oggi un po’ dimenticati dagli addetti ai lavori forse perché identificati con un ambito jazzistico canonico. Eppure l’equilibrio del loro fraseggio e del loro sound sarebbe decisamente da rivalutare.

Nel pomeriggio in cui si è omaggiato Monk, al trio di Stan Tracey ha fatto seguito la Lydian Sound Orchestra, che ha riproposto la scaletta del famoso concerto dell’ampia formazione di Monk alla Town Hall. L’organico diretto da Riccardo Brazzale e comprendente ottimi solisti ha raggiunto negli ultimi anni una completa maturità. Al suo interno vigono compattezza e rilassatezza insieme, la giusta enfasi e il dovuto rigore; la grande professionalità e l’affiatamento fanno sì che la routine sia scongiurata. A Orvieto la loro interpretazione di Monk è stata viva, attuale, a tratti trascinante. Tutti gli strumentisti hanno usufruito di mirati interventi solistici: fra tutti citerei quelli sorprendenti per struttura e sound del trombettista Kyle Gregory e quelli essenziali, non pedissequamente monkiani, del pianista Paolo Birro.

Un poker di concerti, con formazioni sempre diverse, era riservato quest’anno a Paolo Fresu. In uno di questi, che però non ho potuto ascoltare, il trombettista sardo era ospite appunto della Lydian Sound Orchestra. In un altro, “Scores!,” ha invece riproposto la collaborazione con il Quartetto d’archi Alborada. Dall’iniziale “Miserere,” tratto dalla tradizione sarda, fino all’interpretazione di “Fratres” di Arvo Pärt, il concerto ha avuto un andamento unitario, un carattere meditativo incentrato su un insistito misticismo, sia religioso che laico. Nel finale questa impostazione non è stata del tutto disattesa, ma ha assunto le movenze più briose e mosse di “Memory” e “Cowboys and Indians,” scritti entrambi da Uri Caine.
Diversa e notevole l’apparizione del quintetto ormai definito “storico” (oltre al leader, Tino Tracanna, Roberto Cipelli Ettore Fioravanti e in questa occasione Enzo Pietropaoli, in sostituzione dell’indisponibile Attilio Zanchi). Una formazione che non si dovrebbe mai dare per scontata, perché la sua esperienza quasi trentennale, lo sterminato corpus di brani in repertorio e soprattutto la caratura dei suoi membri e l’affiatamento che li lega consentono che ogni set faccia storia a sé, evitando di arenarsi nella ripetitività. A Orvieto è risultato palpabile il rilassato interplay che regna nel gruppo; fra gli interventi solistici hanno svettato quelli di Tracanna, mentre Pietropaoli si è mostrato all’altezza della situazione, inserendosi con intelligenza e leggerezza.

“Crittograph,” l’ultimo e più singolare dei quattro concerti sostenuti da Fresu, ha visto riuniti insieme il Quintetto storico e il Quartetto Alborada. I brani in repertorio (una rivisitazione pucciniana a fianco di temi scritti dai membri del quintetto) si avvalevano degli arrangiamenti di Giulio Libano, oggi ottantottenne, uno degli artefici della canzone d’autore degli anni Sessanta. Tutto sommato il progetto può essere rubricato fra gli esperimenti di “jazz with strings,” che pare stessero tanto a cuore anche a Charlie Parker. Ecco allora le parti totalmente scritte per gli archi, chiamati a saldarsi soprattutto con piano, contrabbasso e batteria, usati in modo molto soft, oppure a costituire un sottofondo morbido e avvolgente per gli assoli del leader.
Il connubio fra le due componenti ha avuto modo di svilupparsi prevalentemente sui tempi lenti e le atmosfere calde delle ballad. Tanto è vero che il quartetto d’archi non è stato chiamato in causa in un brano mosso come “Lucania,” di Zanchi, in cui è previsto un serrato scambio di battute fra flicorno e soprano, ed anche nel boppistico “Crittograph,” brano scritto da Fioravanti e scelto paradossalmente per dare il titolo al progetto. Particolarmente riuscita si è rivelata la versione del canto sardo “No potho reposare,” per il tema suadente, per l’arrangiamento leggero e danzante; in questo caso si è avvertita una salda compenetrazione fra i due gruppi che compongono il nonetto.

Oltre a “Crittograph,” la serata conclusiva del festival ha presentato “Il bidone,” omaggio a Nino Rota da parte del settetto di Gianluca Petrella. È stata questa la terza volta che ho assistito alle performance di questo gruppo, ricevendone impressioni sempre diverse, a dimostrazione del fatto che nel jazz, come sostenevo all’inizio, le sensazioni dipendono dalle singole esibizioni e situazioni. A Novara Jazz nel giugno scorso ebbi la rivelazione sorprendente di un progetto di grande originalità ed urgenza creativa. A Ravenna Jazz, in ottobre, il concerto mi sembrò fiacco e demotivato. A Orvieto è emersa la professionalità di uno spettacolo organizzato con efficienza, capace di amministrare le stratificazioni e gli spessori delle tematiche e degli sviluppi, che hanno incastonato i funzionali interventi di tutti i membri del gruppo. Professionalità e grande impatto dunque, non il geniale fermento che avevo colto all’esordio di questo progetto.
Foto di Riccardo Crimi.

 

 

 

 

 

 

 

Gonzalo Rubalcaba – “Fe – Faith” di Daniela Floris, 4 maggio 2011 in I nostri CD e Recensioni.

Gonzalo Rubalcaba – “Fe – Faith” « A proposito di Jazz, di e con Gerlando Gatto – Jazz italiano, jazz svedese, concerti

C’è tutto Rubalcaba, la sua cultura, la sua sensibilità, la sua storia rielaborate, rese essenziali, in “Fe – Faith”. Come  Gerlando Gatto  aveva sottolineato in occasione dello splendido concerto in piano solo all’ Auditorium Parco della Musica, in cui Gonzalo aveva suonato proprio brani quasi tutti provenienti da questa sua ultima fatica, questo è un cd che non si ha esitazione a definire poetico. Momenti lirici, ricordi intensi di studi intrapresi e di musica ascoltata e profondamente amata, un altalenare tra episodi musicali terreni e voli mistici, quello che colpisce è che questo grande artista è da solo con se stesso e decide di affrontare la lettura di sé con tutti i propri mezzi espressivi, che sono infiniti e potenzialmente componibili tra loro in molteplici varietà di colori, suggestioni, frasi e atmosfere.

 

C’e’ il proprio passato che è stato così intimamente metabolizzato da potergli scorrere tra le dita come un gioco, rimanendo allo stesso tempo però vivo ed importante: è improvvisazione libera ma su stilemi fortemente personali, cosicché anche coltissimi trilli, mordenti e cadenze classiche (che hanno fatto parte degli studi di Rubalcaba) diventano materiale tutt’ altro che vetrificato (ad esempio in “Joao”), perché non c’è nulla di freddamente intellettuale o semplicemente “citato” come semplice tappa di un percorso cronologico.

Spesso la mano destra è cristallina, lirica, quasi sognante e si contrappone ad una mano sinistra ostinata o atonale, molto essenziale. In questi casi l’ improvvisazione appare emotivamente alla ricerca dell’ atmosfera, del suono, di una vera e propria ispirazione che a tratti appare quasi voler essere mistica, ultraterrena (Maferefun lya Lodde me).

C’è anche il jazz a cui Rubalcaba è saldamente legato: “Con Alma” di Gillespie, in due versioni, è destrutturata, ma solo apparentemente, perché in realtà ne viene tenuta con grande maestria l’ essenza vera. Vengono in mente le sapienti pennellate di un’ opera espressionista, che sono quelle essenziali che l’ artista sa scegliere per colpire l’ animo di chi di quell’ opera fruirà.

C’è lo swing, accennato ma evidente (“Improvisacion 2”), ci sono momenti “accordali” molto intensi, articolati sulla parte centrale della tastiera, che danno luogo a suoni scuri in un crescendo drammatico di volumi e vibrazioni e sonorità stavolta tutt’ altro che accennate molto “terrestri” (“Preludio Corto”), e c’è anche una componente che sembrerebbe quasi nostalgica: “Blue in Green” (che ha come riferimento la celeberrima versione di Miles Davis e Bill Evans), è accennata poeticamente quasi come fosse un ricordo che emerge in Rubalcaba, aprendone un varco emotivo, ed al quale l’ artista concede uno spazio commosso, carezzandone amorevolmente piccole parti melodiche ed armonica. E non manca neanche Cuba (“Oro”), criptica ed essenziale, ma riconoscibile.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma forse si toglierebbe la possibilità a chi decide di ascoltare questo cd di trovarne il senso, che forse non è uno solo, talmente impalpabile ne è la materia musicale.

 

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