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Gonzalo Rubalcaba All About Jazz Italia Pubblicato: February 8, 2011

All About Jazz Italia

Sala Sinopoli – Auditorium – Roma – 27.01.2011Il piano solo di Gonzalo Rubalcaba è una sorta di danza del corteggiamento. Né una sfida con lo strumento, né tanto meno un confronto. È un rincorrersi di emozioni, di sottintesi, di aggiramenti volontari. È un volersi avvicinare al nocciolo della questione melodica senza fretta, assaporando ogni istante e ogni movimento dettato dalla fantasia.Forte di una tecnica superiore, di un tocco cristallino – che ascoltato dalle prime file mette in mostra vibrazioni di purezza -, il pianista cubano si è esibito in un’ora e mezza di musica di spessore, colta, ma semplice nella sua grana espressiva, curiosa nel suo incedere a tratti frammentario ma comprensibile, condivisibile.

Dapprima gioca con i silenzi. Esegue movimenti lenti, schematici. È come se cercasse l’ispirazione necessaria da situazioni temporali indefinibili. Poi inizia a disegnare un quadro sonoro colorato, multiforme, ritmicamente avvolgente. Il registro basso viene portanto sempre più in primo piano. Scuro, impenetrabile. La mano destra danza sulla tastiera con leggerezza, precisione, che ti fa venire in mente le ballerine di Degas. Ogni nota ha un suo peso specifico, un suo senso che magari affiora qualche frase più in là, sempre e comunque senza farsi travolgere dalla fretta. Il pubblico è attento, qualcuno si lascia trasportare ad occhi chiusi. Rubalcaba ipnotizza con ellissi di pura sapienza artistica. Di estasi improvvisativa. Di poesia delicata. E poi suda, scarta partiture, accompagna il tutto con timide smorfie. Non trascura un pizzico di serissima ironia.

Alla fine è un caldo abbraccio. Una conquista meritata. Applausi sentiti e un «Thank You» appena sussurrato chiudono un momento sospeso tra classicismo e fantasia, semplicità e arcigna voglia di scavare nelle emozioni.
Foto di repertorio di Roberto Cifarelli.


Bergamo 2009 , Per Daniela Crevena, una ragazza per bene piu seria e piu talentosa….

Gonzalo in Rome January 2011, Per Daniela Crevena

“Gonzalo è semplicemente uno dei più grandi musicisti mai nati”….Al Di Meola

Intervista ad Al DI MEOLA
Blue Note Milano – 29 maggio 2003
di
Vittorio Pio
Si ringraziano per la cortese collaborazione Giuseppe Marini e Pilar Maria Gioia della Warner Music Italy

Al Di Meola, è uno dei più rispettati chitarristi contemporanei, da sempre abituato a mescolare generi e stili, come quando da adolescente passava dai Beatles ad Elvis Presley, passando per il suono nero della gloriosa Motown. La prima svolta avvenne quando si trasferì al Greenwich Village di New York per prendere lezioni di chitarra da Larry Coryell, uno dei capostipiti riconosciuto della cosiddetta fusion. Dopo essere stato tra i migliori allievi della Berklee di Boston, Di Meola nel 1974 venne arruolato da Chick Corea per formare insieme a Stanley Clarke e Lenny White i “Return Of Forever” un’esprerienza breve per quanto di seminale importanza. Da lì in poi la sua carriera solistica spiccò il volo con una serie di fortunate registrazioni, parentesi dorate con artisti del calibro di Paco De Lucia eJohn McLaughlin e qualche inevitabile passo falso.

Oggi sembra un signore tranquillo e più che mai in pace con se stesso. Da qualche tempo ha formato un gruppo stabile e la sua recente settimana milanese al Blue Note ha fatto registrare quasi sempre il tutto esaurito. Alla vigilia del suo ultimo concerto lo abbiamo incontrato per qualche domanda nel tranquillo backstage dell’elegante locale posto in Via Borsieri, ci ha risposto con estrema cordialità:

V.P.: Partiamo ovviamente da Flesh on Flesh, un lavoro che sembra ancora più variegato dei precedenti con un suono molto immediato e diretto, ne è soddisfatto?
A.D.M.: Parecchio. Questo è il mio quarto disco per la Telarc, un etichetta formidabile che mi ha sempre lasciato ampia libertà di scelta. E’ nato a Miami, un posto dove mi piace sempre stare quando non sono in giro. L’ho registrato in presa diretta ai mitici Criteria Studios, un posto che soltanto per la sua storia passata incute suggestione. Ancora di più rispetto al passato il “mood” del disco è pieno di quei riferimenti latini che mi hanno sempre incuriosito. C’è un bell’ambiente in Florida, una sorta di crocevia obbligato per i ritmi e le suggestioni che provengono un po’ da tutto il centro America, non solo quindi Cuba. Il materiale è stato comunque messo a fuoco anche in alcune serate dal vivo suonate in piccoli club dove avevamo la possibilità di testare quanto avevamo appena concordato in studio, quasi l’opposto di quanto avviene di solito.
V.P.: Tra gli ospiti spicca ovviamente il nome di Gonzalo Rubalcaba, dove vi siete incontrati e come mai il suo apporto è stato alle tastiere elettriche invece che al più tradizionale pianoforte?
A.D.M.: Sono stato così contento di avere questa chance di ospitarlo nel mio disco, perché Gonzalo è semplicemente uno dei più grandi musicisti mai nati: davvero difficile far coesistere tecnica, fantasia, passione e velocità di pensiero in una sola testa, ma lui possiede tutto questo ed ancora di più. Ci eravamo incrociati in qualche festival durante gli anni, poi il mio percussionista Gumbi Ortiz mi ha fatto ascoltare alcuni suoi lavori elettrici realizzati insieme al suo gruppo Projecto, materiale davvero incredibile,quindi finalmente l’occasione di suonare insieme in Europa dal vivo, con la promessa di ritrovarsi in studio. L’occasione si è presentata per “Flesh On Flesh” e ne sono ovviamente molto soddisfatto, ha scelto lui di suonare il piano Fender e l’ho lasciato fare. Può sembrare strano dal momento che io sono un musicista di maggiore esperienza e ho avuto altri incontri eccellenti in carriera, ma per me è stata davvero la realizzazione di un sogno.

V.P.: Ha trovato dei punti contatto con Stanley Jordan, il cui funambolico estro fu in qualche modo disciplinato proprio da lei nella produzione del suo debutto discografico per la Blue Note?
A.D.M.: No, siamo su due livelli differenti. Mi ero quasi dimenticato di quella esperienza che affrontai comunque con molto entusiasmo. Anche Stanley è un fuoriclasse, però le sue prospettive apparvero fin dall’inizio differenti. Il suo enorme talento è apparso avvitarsi su se stesso fino ad un progressivo allontanamento dalle scene. So che di recente è tornato in pista con una serie di concerti in solitario, sempre e comunque la sua dimensione migliore, sono sempre dalla sua parte.

V.P.: The Infinite Desire“, che era il suo debutto per la Telarc, ha venduto molto bene anche in Italia anche grazie al bel duetto con Pino Daniele, un brano molto passato anche nei grandi network radiofonici, come ha conosciuto la sua musica?
A.D.M.: Pino è un musicista di grande talento, capace sempre di andare al cuore della melodia. Sapevo di una sua precedente collaborazione con Wayne Shorter (il disco eraBella ‘mbriana n.d.r) e l’ho incontrato proprio tramite Rachel Z., una tastierista formidabile a lungo con Wayne che quest’anno ha suonato dal vivo anche con Peter Gabriel. All’epoca suonava con me in studio. Anche Rachel ha origini italiane e viene spesso qui, sapevo della loro collaborazione e tutto è avvenuto in maniera molto semplice e spontanea, come del resto dovrebbe sempre essere. So che quel pezzo è passato anche molto in radio portando così il disco a sfiorare le diecimila copie, un risultato soddisfacente per cui mi piacerebbe fare qualcos’altro con lui, speriamo bene.

V.P.: Qualche anno fa ha registrato un disco dedicato interamente alle musiche di Astor Piazzolla e spesso inizia i suoi concerti con qualcuno dei suoi brani, pensa che il suo valore sia stato riconosciuto pienamente?
A.D.M.: Nonostante quello che può sembrare la musica di Piazzolla è tremendamente sottostimata. Forse non qui in Europa e particolarmente in Italia, viste le comuni origini latine ma negli Stati Uniti lo è di certo. Io ho passato buona parte della mia adolescenza a Little Italy, dove lui ha invece trascorso gli ultimi anni della sua vita e così diventammo buoni amici. Lui stesso aveva mi aveva proposto di realizzare un disco insieme e sarebbe stato davvero l’ultimo impegno fissato, prima dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Con molta umiltà cerco di preservarne l’eredità suonando la sua musica con molta energia e passione, l’accordion è stato anche il mio primo strumento anche se lo suonavo davvero male.

V.P.: Lei sembra così tranquillo e distaccato, quasi un buon padre di famiglia a cui è capitato “anche” di essere un musicista di successo. Spesso lo stile di vita in questo ambito sembra pericoloso per le numerose tentazioni che propone, distogliendo molti musicisti di talento da quello che dovrebbe essere il loro vero obiettivo. Come ha agito perché tutto questo funzionasse senza altre implicazioni per lei?
A.D.M.: Forse dall’esterno può sembrare ma non è proprio così. Quando suoni per più di 200 giorni all’anno in un posto diverso come si riesce a ipotizzare una vita normale? Gli affetti, la famiglia, quanto hai di più caro finisce inevitabilmente con soffrirne. Adesso siamo finalmente a Milano per cinque giorni di seguito, ma proveniamo da un tour abbastanza duro di altre cinque settimane in giro per l’Europa, poi tornerò a casa per dieci giorni, prima di ricominciare per un altro mese buono. Intendiamoci suonare ed essere accolti bene dovunque vai rimane sempre un privilegio assoluto, però bisogna avere davvero un carattere forte per continuare a farlo negli anni.

V.P.: Da qualche parte si mormora che il suo prossimo progetto potrebbe essere un disco molto più soffice, quasi pop…è vero?
A.D.M.: E’ una cosa alla quale sto lavorando da un po’ di tempo e potrebbe essere vero, non lo nascondo. Mi piacerebbe fare un disco di dirhythm and blues con delle cantanti, ma non ho ancora trovato esattamente ciò che ho in mente, la maggior parte dei nuovi personaggi in quell’area come Shakira e Ricky Martin non hanno ovviamente il mio gradimento, trovo molto più interessanti molti dei passati lavori diGloria Estefan, che però aveva in Kiki Santander un fantastico produttore.

V.P.: Nessuna possibilità invece per una ricomposizione dei Return Of Forever o del magnifico triumvirato con De Lucia e McLaughlin?
A.D.M.: Chick sembra ora in una fase così diversa della sua carriera da sembrare improponibile. Non è più tempo di sperimentazioni e anche l’ambiente in generale è assai diverso. Con Paco e John ci siamo ritrovati qualche anno fa per una piccola reunion che ha portato a un disco e successivo tour che abbiamo affrontato con il necessario feeling, poi ognuno è stato assorbito dalle sue cose e non se ne è più parlato, io ci spero sempre, chissà magari la prossima volta torniamo insieme qui al Blue Note…

Il trionfo Italiano di Gonzalo Rubalcaba

12 maggio 2010 Il trionfo italiano di Gonzalo Rubalcaba

di Franco Fayenz

Sei anni or sono, a fine maggio, il club Blue Note di Milano ospitò per alcune sere il pianista cubano Gonzalo Rubalcaba in veste di solista. Fu una rivelazione, almeno dalle nostre parti e per gli ascoltatori più attenti, che si ripetè cinque mesi dopo nei concerti di Musica per Roma. Rubalcaba, che oggi ha 47 anni, non era di certo uno sconosciuto. Figlio d’arte, maturato come pianista e compositore attraverso severi studi classici e poi jazzista per scelta, aveva ottenuto successi in tutto il mondo e vinto un premio Grammy dopo che il contrabbassista Charlie Haden, in tournée a Cuba nel 1986 con la sua Liberation Music Orchestra, lo aveva ascoltato per caso e ne era rimasto entusiasta. Quattro anni più tardi lo portò con sé in Svizzera al Festival di Montreux, in trio con Paul Motian alla batteria, proiettandolo nell’élite internazionale dei musicisti di jazz. Ciò malgrado numerosi critici (anche e soprattutto italiani, si direbbe) non accreditarono mai Rubalcaba di quella marcia in più che fa di un pianista un grande pianista. Ma il motivo, nascosto e inconsapevole, c’era. Rubalcaba, nei concerti e nei dischi, si esibiva sempre in piccoli gruppi, dal duo al sestetto, rinunciando sempre – è naturale che sia così – a una parte della propria personalità per concorrere a formare quella del complesso. Qualcosa, quindi, rimaneva in ombra, e non erano sufficienti un paio di cd solitari a fare piena luce sulla sua vera statura. Nel 2004, a Milano e a Roma, alcuni esperti hanno capito, e di conseguenza hanno cercato di rivedere la sua biografia artistica e di riascoltare con la massima attenzione i suoi cd, però a livello di pubblico non è bastato. Adesso Rubalcaba si è presentato da solo al quindicesimo Festival internazionale del jazz di Vicenza (tuttora in corso). Fra grandi nomi come Joshua Redman, Brad Mehldau, McCoy Tyner e il batterista ottantacinquenne Roy Haynes poteva perfino passare inosservato. Qualcuno, fingendosi poco al corrente delle sue vicende, gli ha chiesto la ragione della sua solitudine. «E’ una decisione che ho preso qualche tempo fa» ha risposto «e ormai le eccezioni a questa mia regola sono sempre più rare. Mi sono accorto che suonando da soli si è completamente liberi; in due si è meno liberi, figuriamoci in un gruppo. Io lo so bene, e so pure che l’improvvisazione in solo implica maggiori rischi, ma vale la pena di correrli». Il suo concerto ha avuto luogo nell’incanto del Teatro Olimpico, naturalmente senza amplificazione. La bellezza della sala ha sollecitato Rubalcaba a dare il meglio, lo ha detto lui stesso. Ha iniziato in modo quasi sommesso, prendendo quota nota dopo nota. Ha messo in evidenza tecnica, tocco, tatto (le famose tre t del pianista russo Nikita Magaloff), un fraseggio nitido e superbo, velocissimo dove occorreva, e una perfetta indipendenza delle mani. Seguendo una discutibile abitudine, molti gli hanno cercato nel jazz un pianista progenitore. Ma al massimo ce n’è uno solo, per virtuosismo e geniale inventività, ed è il sommo Art Tatum. Verso la fine del concerto è affiorata l’anima neolatina di Rubalcaba in un tema che gli è caro, Besame Mucho, e nelle prodigiose variazioni con cui ha abbellito il poco noto Peanut Vendor. E’ stato un trionfo, e questa volta lo ricorderanno tutti.

12 maggio 2010


Jazz Magazine-Italy-Sempre oltre i codici della musica

GONZALO RUBALCABA IL PIANISTA CUBANO CONTINUA A MUOVERSI A DISPETTO DELLE CONVENZIONI, ANCHE SE, PARADOSSALMENTE, IL SUO SPIRITO LIBERO E MODERATO NON PIACE AI FIDELISTI MA NEPPURE AGLI ANTICASTRISTI DI MIAMI

di Gian Franco Grilli


Su un vecchio numero di Musica Jazz ho letto che hai suonato, tra gli altri, con Los Van Van, Irakere e addirittura con Benny Moré. È vero?

Grazie per l’opportunità di correggere. Benny Moré è morto nel 1963, tre mesi prima della mia nascita; con Irakere non ho mai lavorato, mentre ho suonato con Los Van Van all’inizio del 1980, quando Juan Formell – il direttore della band – mi chiamò per sostituire temporaneamente César «Pupi» Pedroso, il tastierista del gruppo che si era infortunato. Giacché si parla di orchestre di musica ballabile, nel 1983 ho fatto parte dell’Orquesta Arag6n nella tournée in Congo e Zaire, con un salto anche a Parigi, interpretando pezzi di Rafael Lay e Richard EgOes, cha cha cha, danzan, bolero, guaracha, mozancha molto noti in Africa. Agli inizi ho condiviso un gruppo con Isaac Delgado, ho partecipato con José L. Cortés, German Velazco e altri ad alcune registrazioni di son moderno uscite a Cuba dall’Egrem con il nome Nueva Generaci6n. Inoltre ho inciso alcuni brani nei dischi del dominicano Juan Luis Guerra.

Ti destreggiavi con la tradizione dei ritmi afrocubani, ma il jazz? Era già il tuo linguaggio principale? Puoi farci un piccolo ritratto dalle origini?

Diciamo che vengo da una famiglia di musicisti. Mio nonno Jacobo era un famoso danzonero e mio padre Guillermo ha suonato il pianoforte per vent’anni con Enrique Jorrin, l’ideatore del cha cha cha, poi quando lasciò l’orchestra formò una band di famiglia, El Combo Los Rubalcaba, e io cominciai a suonare musica popolare nei cabaret e alla tv cubana. Lì ho avuto la possibilità di sviluppare il concetto dell’improvvisazione jazz che poi ho coltivato anche altrove, suonando la batteria. Infatti a metà dei Settanta, come batterista, creai Da Capo, un gruppo sperimentale tra latin jazz e fusion (mi rifacevo a Irakere), e con quello partecipai ai primissimi Jazz Festival all’Avana.

…quindi si inizia con la batteria e si finisce al pianoforte. Com’è successo anche a illustri tuoi connazionali: Emiliano Salvador, Omar Sosa e altri. Cosa c’è dietro?

Prima di rispondere tengo a ricordare che ho studiato contemporaneamente percussione e pianoforte. Sì, è un fenomeno curioso, quello di passare dalle pelli ai tasti, e oltre ai nomi citati puoi aggiungere Chick Corea, dalla batteria al pianoforte, mentre Jack DeJohnette fa il percorso inverso. lo penso che questo cambio sia dettato da necessità espressive: il pianoforte offre possibilità melodiche, ritmiche e armoniche senza eguali negli altri strumenti, e credo anche che questi strumentisti avessero in nuce la vocazione del compositore. Nel mio caso – anche se non pratico gli strumenti a percussione – continuano a crescere in me idee percussive che proietto sulla tastiera. L’evoluzione metrica, ritmica, le elaborazioni si svolgono mentalmente nella musica che si fa.

Quali sono stati i maestri della percussione che adoravi?

Erano diversi, ma i nomi più rappresentativi sono stati il multipercussionista José Luis «Changuito» Quintana, lo scomparso Daniel Diaz dell’Orquesta Ritmo Orientai (un timbalero molto innovativo soprattutto nella sonorità, con un set di percussioni molto particolare – timbales, cassa, rullante – e una fusione di stile nordamericano e afrocubano: in quel periodo quasi nessuno lavorava in quel modo), il conguero Tata GOines e il batterista Guillermo Barreto (ha suonato con l’Aragon). Questi erano per me i punti di riferimento più importanti.

E i tuoi idoli del jazz in generale?

Ho iniziato ad ascoltare Art Tatum, Bill Evans, Bud Powell, ma mi colpì il modo di suonare di Erroll Garner. Mi piaceva molto ascoltare altri strumenti e artisti come Wes Montgomery, Charlie Parker, Stan Getz e Dizzy Gillespie.

Dizzy è l’artista nordamericano che più di ogni altro ha dato dignità internazionale alla musica e ai musicisti di Cuba. Non credi che si meriterebbe un monumento o un parco pari almeno a quello riservato a John Lennon all’Avana?

Sono convinto che avrebbero dovuto farglielo, ancora prima della statua a Lennon, come riconoscimento non solo alla sua genialità musicale, ma all’intelligenza e sensibilità dimostrata a tutti i musicisti dell’America Latina. Gillespie nella sua band ha avuto sempre un musicista di origine latina: Mario Bauza, Chano Pozo, Ignacio Berroa, Danilo Pérez, Airto Moreira, Flora Purim, Giovanni Hidalgo, Lalo Schifrin, Claudio Roditi ecc. Ha sempre vissuto con l’inquietudine di conoscere e apprendere i codici che compongono la musica cubana, portoricana, argentina, panamense, brasiliana; voleva capirne gli elementi comuni, il suo progetto era quello di unire. E in questo senso una pietra miliare del suo lavoro è la United Nations Orchestra. lo Dizzy l’ho conosciuto quando stavo suonando al Cabaret Parisienne dell’Hotel Nacional dell’Avana, che era una sede distaccata del Festival 1985, e al termine dell’esibizione del mio gruppo venne sul palco e mi disse: «Sono Dizzy Gillespie, ti va di suonare con me domani?». Ovviamente accettai di andare con il mio Grupo Proyecto e così iniziò il nostro rapporto di amicizia e collaborazione.

Assieme a Irakere, negli anni Ottanta il Grupo Proyecto era l’eccellenza del jazz cubano, con uno stile originale che mescolava tradizione, elettronica, fusion. Hai mai pensato di riprendere quello scintillante progetto che hai portato in tutto il mondo e che ha fatto tappa anche in Italia?

È vero: ci siamo incontrati per un’intervista in una roulotte al Festival dell’Unità di Firenze, nel 1988, poi il concerto fu sospeso per maltempo. Di riunire il Proyecto non ho mai pensato, per la verità, anche perché i vari musicisti hanno preso diversi indirizzi e sono sparsi in giro per il mondo: Roberto Vizcafno vive in Messico, Felipe Cabrera in Francia, Reynaldo Milian a Cuba, Horacio «El Negro» Hernandez negli Stati Uniti, Julio Barreto (che sostituì El Negro) è in Svizzera e A breve credo non sia possibile, ma le vie del Signore .

La diaspora mi dà lo spunto per affrontare un argomento che cercai di sottoporre un paio di anni fa a un famoso musicista cubano, che si arrabbiò troncando l’intervista. Come si fa a mantenere la cubanità negli Stati Uniti, o in un altro paese, parlando inglese, mangiando, dormendo e sognando americano, non sentendo più il canto del gallo che ti svegliava all’Avana, la rumba di strada, i canti dei venditori? E tutto questo influisce nella musica?

Sono certo che incide nel nostro pensiero, e la musica ne risente. lo credo che perdiamo un po’ la quotidianità, ciò che accade ogni giorno, il funzionamento dell’intero quadro. È vero, non appartenere a un determinato ambiente sociale, ritmato in modo diverso, ti disconnette dal processo che definisce la cubanfa oggi, che è differente dalla cubanfa di quando ero piccolo. Quando ascolto qualcuno degli elementi del mondo che hai citato, per esempio la rumba callejera, in me si sprigionano emozioni e un’energia particolare, è un impatto forte che non sgorga, però, in un altro contesto, in un’altra realtà. Mi dai l’occasione di accennare alla diaspora: io prendo sempre l’esempio di Mario Bauza, che uscì da Cuba alla fine degli anni Venti (quando Fidel era appena nato) perché sentiva il bisogno di crescere soprattutto dal punto di vista professionale; a lui interessava vivere altre esperienze artistiche nel mondo, e sarebbe andato via con o senza Castro. C’è chi non ha varcato i confini e non uscirà mai da Cuba perché non è nei piani della sua vita.

Non è il tuo caso. Prima, un paio di anni a Santo Domingo; dal 1996 in Florida, dove i capi della comunità

cubana in esilio hanno boicottato i tuoi concerti, tempo addietro. Èvero? E ora, per essere accettato,

hai dovuto concedere qualcosa?

Alla prima domanda rispondo che è andata proprio così. Ma questo accade perché non si tiene conto che la mia (e quella successiva) è una generazione molto liberale, non appartiene a nessuna fazione politica, ama le cose equilibrate, una giustizia vera ma senza retorica, vuole che la gente possa esprimersi liberamente. E non si identifica con nessuna posizione estremista, un atteggiamento presente sia nel sud della Florida sia a Cuba. Quindi la nostra generazione ha dovuto far fronte a due problemi: a Cuba non poteva esercitare completamente questi diritti; a Miami trova qualcosa di analogo, non può dire tutto quello che vede, è una sorta di gioco degli specchi.

Insomma, tra incudine e martello.

Esattamente. A Cuba non vedevano di buon occhio un mio concerto a Miami, mentre qui i leader della comunità cubana hanno fatto di tutto per impedirlo. È stata una situazione complicata, ma poi ho acquisito la nazionalità americana (quella cubana non si perde), e comunque non sono mai sceso a compromessi per vivere in libertà la mia vita personale, pubblica e professionale. Èprobabile che questa mia equidistanza sia il fattore che infastidisce entrambi e francamente oggi non so se realmente sono accettato o meno in Florida, dove del resto non mi esibisco quasi mai: in dodici anni ci ho suonato tre volte.

Perché allora non hai deciso di trasferirti nella capitale del jazz?

Èvero che a New York ci sono più possibilità di accedere al mondo jazzistico, ma la mia scelta è di tipo unicamente familiare. Quando sono arrivato negli Stati Uniti avevo già una famiglia e dei bambini e mi sembrava difficile portarli a New York, con un tipo di vita più dura, a parte il clima. Non ho voluto esporre a un cambio così drastico i miei figli, il più grande dei quali è nato a Cuba, il secondo nella Repubblica Dominicana e la più piccola negli Stati Uniti.

Di movimenti significativi, invece, è costellata la tua vita artistica. Da Mozart ai Weather Report, dal danzan al bop, dal bolero jazz alla bossa, a John Lennon, e ora un’altra svolta. Cosa ti spinge a ibri ibridare il tuo pensiero con linguaggi sempre nuovi?

Non ho mai pensato ai generi musicali e non mi piace classificare la musica, perché ritengo che catalogare l’arte sia un aspetto più commerciale che creativo. Credo che il mercato – compresa a volte la musicologia tenda a fare categorie per la necessità di creare settori, tappe, periodi, tentare di spiegare il fenomeno e trovargli delle connessioni. Questo è un procedimento di ricerca e di analisi che non mi riguarda. Molto dipende da circostanze generali di vita: dalle persone con le quali ti confronti in un determinato periodo, cosa ricevi da quel rapporto, cosa leggi o studi, e ascolti.

Cosa ti ha spinto verso Richard Galliano? La voglia di confrontare le tue tradizioni fatte di danzan, habanera e tanqo-conqo con il jazz atipico di Richard che indaga tango, milonga e ehoro?

No, penso che gli artisti si cerchino senza volerlo, si chiamino, perché incontrano cose comuni. Questo progetto, raccolto nel Cd «Love Day», è il risultato di vari anni di lavoro individuale, dove ci sono vari elementi comuni a tutti noi: a me, a Richard, ma anche a Charlie Haden che vi suona il basso e a Mino Cinelu che suona le percussioni. Richard ha pensato ai musicisti che in questo momento ritiene più adatti per una certa direzione e sapeva che io, Charlie e Mino abbiamo lavorato sempre senza preconcetti e con differenti tipi di riferimenti culturali. Nel disco questo spirito viene fuori. Tutta la musica è composta da Galliano, con le influenze che lui ha ricevuto e i suoi punti di contatto con le varie musiche: la tradizione francese nell’ambito della fisarmonica, il tango argentino, i ritmi sudamericani, elementi della cultura francese passati a Cuba attraverso la contraddanza eccetera. Comunque questi sono incontri che fanno parte del destino.

Gian Franco Grilli

JAZZiT Magazine Jan/Feb 2005 Intervista a Gonzalo Rubalcaba

Intervista a Gonzalo Rubalcaba di Vincenzo Martorella – Foto di Stefano Sapora

Atre anni da “Supernova”, esce l’atteso nuovo lavoro del prodigioso pianista cubano. Un disco complesso etrascinante, denso earticolato. Un’opera totale, ma anche un omaggio ai ritmi della sua terra. Lo abbiamo intervistato.

?) Supernova è uscito nel 2001. Dopo tre anni pubblichi un nuovo disco, ·Paseo·. Cosa hai fatto In questi tre anni?

!) Ho lavorato’ e l’ho fatto in diversi contesti. Ho suonatu con Joao Bosco. con il quale ho avuto concerti in Europa, Brasile, America e Canada. Allo stesso tempo ho suonato spesso in piano. Poi ho aiutato Charlie Haden nella realizzazione di ‘Land Of The Sun’. Ho suonato con lui in giro per il mondo. E devo ammettere che sentivo la necessità di realizzare un nuovo album. Sono convinto che si debba incidere un nuovo disco solamente quando i musicisti con cui suoni sono entrati in confidenza con il nuovo immaginario musicale. Quindi, è molto importante andare in tour, suonare il più possibile e crescere musicalmente concerto dopo conceroto. “Supernova” è stato un album fortunato, che abbiamo avuto l’opportunità di presentare in giro per il mondo. Allo stesso tempo, il precedente album con Haden richiedeva che io suonassi in giro per il mondo con il suo gruppo, così mi è capitato di essere in tour con band diverse contemporaneamente: in trio, con Haden e in piano solo. Poi, finalmente, ho trovato il momento giusto per incidere il nuovo disco. E devo riconoscereche mi sono sentito un po’ sotto pressione perché erano passati tre anni dall’ultimo cd e tuttele etichette discografiche, in linea di massima, pretendono un disco ogni anno. Ma vedendo la cosa da una prospettiva diversa posso dire che questo èstato un fatto positivo perché aver trascorso questo tempo lavorando, confrontandosi con musicisti diversi ti dà l’opportunità di crescere, come strumentista e come compositore: diventi più maturo, più consapevole, e dunque più preparato per il passo successivo. Questo è il motivo fondamentale per cui c’è voluto tutto questo tempo.

?) Piano elettrico, sintetizzatori, basso elettrico. ·Paseo· segna una svolta elettrica nella tua musica?

!) Direi di no. In realtà, ho usato questi strumenti anche in passato, seppure occasionalmente. Molti musicisti hanno un’idea confusa su come utilizzare l’elettronica. Èvero: ogni volta che si usano le tastiere si corre il rischio di perdere in parte la personalità del suono, delle radici, delle tradizioni, ma tutto dipende da come lo si fa, da come la tecnologia viene applicata alla musica. Usare i sintetizzatori vuoi dire porsi la domanda su dove ecome usarli. Non posso dire che tutto quello che facciamo noi sia corretto: perlomeno, cerchiamo di proporre ~n metodo di utilizzo delle tecnologie, e un metodo per combinarle con le sezioni acustiche (il piano, il sax, la batteria). Siamo alla ricerca di un equilibrio, equesta è, probabilmente, la parte più difficile, cioè trovare il giusto equilibrio senza mai perdere di vista il risultato musicale. Ma io credo molto nella possibilità di trovare nuove sonorità, nuovi modi di espressione, nuovi mezzi per vedere la mia musica. Adesso dobbiamo decidere come portare in tour questo album. ecapire se quella musica possa essere la stessa anche

senza i sintetizzatori o se, invece, in questo modo possa perdere forza ed energia. Fortunatamente nella musica ci sono molti elementi che vanno al di là del suono: la forma, l’idioma di un pezzo, il modo personale di espressione di ciascun musicista. Quindi, la musica può essere suonata con qualunque tipo di strumento, con una big band, un trio, con i synth, senza i synth. Bisogna anche rapportarsi al pubblico più giovane che ha molta familiarità con i sintetizzatori, enon solo per far vedere che anche noi li usiamo, ma per mostrare loro come li usiamo, con quale personalità.

?) I  musicisti che suonano con te sono formidabili. Ma se Ignacio Berroa è una vecchia conoscenza, dove hai pescato Armando Gola?

i) Èun musicista cubano, così come cubani sono tutti i musicisti, compreso me. Ignacio vive negli Usa da 24 anni. Armando viveva in Colombia, prima di trasferirsi anche lui negli States, dove ha vissuto tra Miami e New York. È buffo perché ricevetti un cd con alcuni suoi demo, quando ancora non lo conoscevo. Chiesi un appuntamento per incontrarlo personalmente e lui mi disse che aveva visto alcuni miei concerti a Cuba ein Colombia (dove, negli anni ’90, suonavo almeno una volta all’anno). Rimasi impressionato dal suo modo di suonare, e iniziammo a provare insieme. Felipe, invece, ha vissuto in Brasile per quattro o cinque anni; lì ha esplorato tutti i percorsi della musica brasiliana, poi si è spostato negli Usa, dove ha suonato per qualche tempo nella band di Arturo Sandoval. Con loro ho, finalmente, per la prima volta, avuto la fortuna di avere musicisti nella stessa città, New York. Quando, ad esempio, mi trasferii nella Repubblica Dominicana, il resto della band viveva aCuba. Qualche anno dopo, il batterista Julio Barreto si trasferii in Svizzera. Anche quando andai negli Usa èstato difficile trovarsi nella stessa città con gli altri musicisti. Adesso ho una band con cui posso spendere tutto il tempo che voglio aprovare eregistrare. Credo molto nell’importanza del gruppo, nel conoscersi, nel confrontarsi. Nel condividere le proprie idee. E riuscire a fare questo, quando si vive in città distanti, e non si ha mai la possibilità di vedersi e suonare insieme, diventa difficile.

?) Da un punto di vista ritmico, questo è forse il tuo album più complesso. L’articolazione ritmica, per te, riveste un valore particolare?

!) Dico sempre che ritmo, armonia, articolazio-· ne delle forme, struttura dovrebbero essere il tuo modo di pensare come musicista, e come essere umano. Non dobbiamo cercare di fare di più di quello che possiamo, ma dobbiamo fare musica nel modo in cui sappiamo farlo. E il risultato èla musica di questo disco. Dal punto di vista ritmico Cuba èun paese molto ricco, e c’è molto più ritmo di quanto non si sappia. È un paese con musiche molto diverse, alcune delle quali non sono affatto conosci ute. Quando ero piccolo ho avuto la possibilità di entrare in contatto con queste espressioni: folklore, musiche religiose eda ballo. Equesto per varie ragioni: innanzitutto perché vengo da una famiglia di musicisti, equesta èstata una palestra per me fondamentale; secondo, perché ho studiato musica classica; terzo, perché fin da giovanissimo sono entrato in contatto col mondo del jazz. Quindi, la mia musica èuna combinazione di molti elementi diversi. Direi quasi uno spazio in cui mettere tutte queste influenze che ci sono nella mia testa, in una maniera organica. Può essere difficile quando leggi le partiture la prima volta. Ma, in fondo, tutto quello che facciamo èstudiare le nostre tradizioni, basarci sulle informazioni che abbiamo, e riorganizzare il tutto in spazi diversi, accordi diversi, sonorità diverse, forme diverse. Una sorta di espansione, di estensione del mondo al quale apparteniamo. Larticolazione ritmica, allora, rappresenta esattamente una nostra peculiare caratteristica, come il modo di parlare odi camminare. Ciò che mi interessa è la fluidità, il flusso ritmico, ela nostra abilità nel conversare, suonando, condividendo questi flussi ritmici.

?) Aproposito di ritmi, come mai, in ·Paseo·, hai suonato le percussioni?

i) Sono stato costretto afarlo! Ame piace suonare le percussioni, ma questa volta sono stato davvero costretto afarlo. Avevo in mente di chiamare Giovanni Hidalgo, ma per motivi extra-musicali,non siamo riusciti aincontrarci per provare il materiale. Alla fine avevamo pochissimo tempo adisposizione per completare l’album e alloraomi sono preso la responsabilità di suonare le percussioni.

?) La tua tecnica strumentale è trascendentale. Eppure, uno dei momenti più belli del disco è il tuo accompagnamento al solo di soprano in El Guerrillero. Con pochissime note, emeravigliosi spostamenti di accento, riesci, almeno cosi mi pare, a trasmettere l’essenza stessa del ritmo cubano…

!) Non èniente di predeterminato, niente di prestabilito. Credo che lo stesso brano possa assumere un significato diverso ogni sera. Magari suoniamo ogni volta la stessa musica, ma le emozioni che quella musica ti ha fatto provare ieri non sono le stesse che provi oggi perché sei tu a reagire diversamente. Ho sempre pensato che i concerti non debbano essere visti semplicemente come musicisti che suonano i loro strumenti: i concerti sono molto di più. Un concerto è: i musicisti, gli strumenti, l’ambiente, il pubblico, l’acustica; tutto questo insieme di elementi condiziona il comportamento dei musicisti, la loro attitudine mentale in quel contesto. Per me, l’abilità di un buon musicista sta nel mettere insieme diverse capacità espressive, nell’avere i mezzi per suonare ciò che èappropriato in ogni momento. È questo il motivo per cui, per me, ècosì importante essere preparato tecn icamente: questo è l’unico modo di essere libero. Libero di fare tutto quello che vuoi, compreso quelle poche note alle quali ti riferivi con un buon sound euna buona intenzione, ofraseggiare in modo aggressivo, o in qualunque altro modo. Devi esercitarti molto, e ad alti livelli, se vuoi essere in grado di portare la musica dove vuoi tu. Ma non c’è nessun piano, nulla di prestabilito, non faccio questo per confondere l’ascoltatore, come qualcuno potrebbe pensare.

?) Quando ascolto la tua musica non posso  fare a meno di  pensare a Manuel Saumell, Ignacio Cervantes, Ernesto Lecuona, all’americano Louis Moreau Gottschalk, e ai compositori cubani contemporanei (Roldàn, Caturla)…

!) E, infatti, sono molto legato alla loro musica. Mi sono avvicinato aloro fin da bambino, perché ascuola ti fanno studiare le loro composizioni. Oggi, poi, mi sento ancora più vicino a questi musicisti, così come a Roldàn, Caturla, Leo Brouwer, veri e propri punti di riferimento. Purtroppo, non tutti comprendono l’importanza che questi grandi compositori hanno avuto nel ventesimo secolo, soprattutto negli anni Venti eTrenta, e io cerco di studiare e comprendere il loro punto di vista. Perché erano musicisti attentissimi atutto quello che succedeva nel mondo intorno a loro, in termini di tendenze e influenze musicali, ma, nello stesso tempo, non persero mai le loro radici, e lavorarono sempre nel più puro spirito delle radici cubane. Fecero molte esperienze all’estero, ma la loro estetica fu quella di creare uno spazio sonoro nel quale far convergere la tradizione cubana eciò che succedeva al di fuori di esse. Questa èuna filosofia musicale, ed èla filosofia nella quale credo. Anch’io cerco di fare la stessa cosa. Avolte ricevo delle critiche, negli Usa, proprio perché la gente non riesce a comprendere cosa c’è dietro la mia musica. Per un trentennio, dal ’62 in poi, tra Usa e Cuba non c’è stata alcuna comunicazione. Ora, invece, molti americani, e anche molti europei, stanno scoprendo la tradizione musicale cubana. grazie anche a un fenomeno come il Buena Vista Social Club, e mi fa piacere perché è un bene che i musicisti di quella generazione abbiano la possibilità di andare in giro per il mondo a suonare quella musica, così importante per Cuba. Le cose stanno cambiando, ma il mio compito, come musicista, resta quello di continuare, a livello filosofico, la strada indicata dai grandi maestri. Come dire, to bring the music at the right moment. ..

JAZZIT

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