Gonzalo Rubalcaba e Gerlando Gatto (foto di Daniela Crevena)

Gonzalo Rubalcaba e Gerlando Gatto (foto di Daniela Crevena)

Il concerto del 27 gennaio all’Auditorium di Roma

Quando mi trovo a recensire un concerto o un disco di Gonzalo Rubalcaba ho sempre paura che il mio giudizio venga in qualche modo influenzato dalla lunga e bella amicizia che ci lega da quando lo conobbi, durante il Festival della Martinica, nell’oramai lontano 1991  quando lì era già considerato un eccellente pianista mentre in Europa lo si conosceva poco. Così, pochi giorni fa, presentando il concerto di Gonzalo all’Auditorium di Roma del 27 gennaio titolai il pezzo “Gonzalo Rubalcaba quando il jazz diventa poesia”… e mai titolo fu più profetico.

In effetti Gonzalo ha regalato al pubblico romano una prestazione di altissimo livello, nonostante un viaggio non proprio dei migliori: avendo perso l’aereo è arrivato a Roma via treno alle 17,30; quindi giusto il tempo di fare il sound check (accurato come sempre) e poi via sul palco senza avere avuto il tempo di recarsi in albergo per rilassarsi un po’. Elegante nel suo abito nero e cravatta azzurra, Gonzalo si è seduto al pianoforte e dopo un attimo di concentrazione ha deliziato i palati più raffinati per più di un’ora e mezzo di piano-solo.

Nonostante segua Gonzalo oramai da tanti anni, mai l’avevo visto suonare così “classico”; perfetto financo nella postura, Rubalcaba  ha evidenziato tutta la sua straordinaria sapienza pianistica. Dotato di una tecnica strabiliante, frutto di lunghi anni di studi anche classici, il musicista cubano oramai ha raggiunto un grado di maturità tale che gli consente di esprimersi al piano come le condizioni del momento gli dettano. Così dalla sua arte è quasi scomparso ogni evidente richiamo alla cultura cubana intesa come valorizzazione soprattutto del lato ritmico dell’espressione musicale. Rubalcaba è perfettamente in grado di sciorinare un pianismo virtuosistico scaricando sull’ascoltatore cascate di note, per altro sempre ben equilibrate, ma a Roma si è ben guardato dal farlo. Viceversa si è espresso con un pianismo assai interiorizzato, in cui ogni nota aveva il suo peso specifico e con una indipendenza tra le due mani degna del grande artista qual è, un pianismo a tratti classicheggiante con riferimento all’impressionismo di Debusy.  Quindi niente funambolismi, niente ritmi trascinanti ma una rilettura di ogni brano dall’interno: gli standards venivano come sminuzzati, rielaborati fin nelle pieghe più intime e riproposti al pubblico in modo quasi irriconoscibile a dimostrazione del fatto che il pezzo serviva solo come dato iniziale da cui spiccare una sorta di viaggio onirico di cui egli era il gran sacerdote e il pubblico gli adepti. Straordinaria al riguardo l’interpretazione del celeberrimo “El manicero”  in cui ogni elemento – ritmo, melodia, armonia – era completamente stravolto per giungere ad un qualcosa di nuovo assolutamente personale.

Certo un pianismo del genere può lasciare freddino chi non è abituato ad ascoltare con attenzione o chi nelle performances cerca anche il lato spettacolare (gags, mugolii, contorcimenti sulla testiera, effetti speciali) cose del tutto assenti nello spettacolo di Gonzalo che si è presentato al pubblico semplicemente per quello che è: un grandissimo musicista alla continua scoperta anche di sé stesso.